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Ivan da Silva Bruhns, maestro del tappeto Art Déco / Enrico Maria Davoli

Tra i manufatti ricorrenti nelle vicende della decorazione, i tappeti occupano uno spazio privilegiato. Il loro apporto alla storia della decorazione e dei suoi repertori ornatistici non si ferma alle classiche produzioni persiane, anatoliche e caucasiche, ma presenta varianti originali fino ai nostri giorni, e a grande distanza dalle regioni d’origine.

Grazie alle sue manifatture tessili, riconosciute e protette dal governo centrale fin dai tempi di Luigi XIV, la Francia è stata, negli ultimi quattro secoli, una patria di elezione del tappeto in Europa. Ed anche nel ‘900 non sono mancati gli artisti, a cominciare da Picasso e Léger, dediti alla progettazione di tappeti, arazzi, stoffe. Ma come per il mosaico o la vetrata, così anche per l’arte tessile, non è detto che i più famosi siano anche i più bravi, e che la loro cifra pittorica abbia sempre da guadagnare confrontandosi con altri materiali e altre tecniche.

Nel tappeto, poi, risulta decisiva la destinazione d’uso. Diversamente dall’arazzo, pensato per una collocazione parietale che può almeno in parte richiamare quella di una tela dipinta, nella casa moderna il tappeto è vincolato al pavimento, e richiede quindi tutt’altra sensibilità di quella di un pittore da cavalletto. Anche per questo, la progettazione di questo tipo di manufatti è un esercizio più architettonico-scenografico che pittorico. Un esercizio ideale, quindi, per un decoratore.

Ivan da Silva Bruhns fotografato nel suo atelier.

Decoratore validissimo, per la sensibilità con cui progetta tappeti in una carriera intensa e ricca di successi, fu il francese di origini brasiliane Ivan da Silva Bruhns (1881-1980). Il suo periodo più felice si colloca negli anni compresi tra le due guerre mondiali, in sintonia con lo stile Art Déco che, dopo aver trionfato nel 1925 all’Exposition International d’Art Decoratives et Industriels di Parigi, dilaga in Europa e negli Stati Uniti. In seguito, l’artista ritorna con successo all’amore giovanile per la pittura, ma la sua importanza storica gli deriva proprio dall’essere stato un designer di tappeti e non, come altri, un pittore occasionalmente prestato all’industria tessile. In questa specifica veste, la sua statura artistica ha pochi paragoni nel secolo XX.

Proveniente dalla professione medica, che affianca alle passioni per la pittura e il collezionismo, Da Silva Bruhns inizia ad interessarsi della produzione di tappeti intorno al 1920, facendone il suo fondamentale filone di attività, sia sul piano creativo che su quello imprenditoriale. Nel 1925 apre a Savigny-sur-Orge un laboratorio di produzione, che va ad aggiungersi al negozio già attivo a Parigi, in Rue du Faubourg Saint Honoré. Consolida la propria fama arredando case, uffici, spazi pubblici e, nota saliente di quel momento storico, grandi navi da crociera. Come Jacques-Emile Ruhlmann e Jules Leleu nel campo dei mobili, egli è una figura eponima dell’Art Déco, quasi un distillato dei modelli culturali che la caratterizzano.

Ivan da Silva Bruhns, Tappeto, 1930 circa, lana, cm. 290 x 370 (www.artnet.com).

Da Silva Bruhns fa tesoro dei linguaggi delle avanguardie storiche, dal cubismo al fauvismo all’orfismo all’astrattismo, sottoponendoli ad un trattamento bidimensionale, più grafico che pittorico. Il suo segno brioso, riduttivo, sfrutta le trame ampie ed unitarie della superficie tessile per costruire percorsi pieni di reminiscenze etnologiche, dall’Africa subsahariana, al Marocco, all’America precolombiana, all’Oceania. Il tappeto si ricopre così di tracce multiple, ognuna delle quali potrebbe evolversi in un pattern autosufficiente, e che invece interferiscono reciprocamente, come orme lasciate sul terreno in una serie di passaggi successivi. Spesso i motivi si inseguono verso i bordi anziché verso il centro, innescando dinamismi che si propagano all’esterno, in molteplici direzioni. Anche la firma dell’artista (più raramente, il monogramma) entra nel gioco compositivo, risaltando su un lato del tappeto. Quasi assenti, o comunque molto semplificati, i motivi riconoscibilmente figurativi.

Nei tappeti più tipici dello stile di Da Silva Bruhns, c’è una miscela di ordine logico e di azzardo, che ne fa dei campi di forze volutamente irrisolti, in divenire. Visti in distanza, potrebbero sembrare mappe corredate di simbologie arcane. Camminandovi sopra, acquistano il respiro di uno spiazzo in cui sostare. Lo dice molto bene lo stesso artista, in una affermazione che è la sintesi lapidaria del suo approccio compositivo: «Un tappeto è né più né meno che un pavimento ma, a guardarlo e a calpestarlo, più opulento e più caldo del marmo o del mosaico, e la piattezza del disegno decorativo e la sobrietà e densità delle tinte devono esser tali che non possa stare da nessun’altra parte [1].»

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[1] «Le tapis n’est qu’un pavement, plus opulent et plus chaud à l’œil et au pied qu’un dallage de marbre ou une mosaïque, il doit rester par son décor essentiellement plan, par la sobriété et la densité de son coloris, strictement à son niveau dans l’espace.» Il testo è reperibile al seguente link: https://www.marcilhacgalerie.com/marci_data/upload/files/da%20silva%20bio.pdf. Su Da Silva Bruhns e l’arte della tappezzeria nel secolo XX, vedi, tra gli altri: A. Duncan, Art Déco Furniture. French Designers, London, Thames & Hudson, 1997; AA.VV., Decorum. Tapis et tapisserie d’artistes, catalogo della mostra, 11 ottobre 2013 – 9 febbraio 2014, Parigi, Musée d’Art Moderne.

In alto: Ivan da Silva Bruhns, Progetto di tappeto, 1930 circa, guazzo, cm. 26 x 53 (www.artnet.com), Sotto: Ivan da Silva Bruhns, Tappeto, 1930 circa, lana, cm. 414 x 269 (www.wright20.com).

 

 

 

 

 

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