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Intervallo

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di Enrico Maria Davoli

Dagli anni ’80 del secolo corso a oggi, il Padiglione Italia della Biennale d’Arte di Venezia ha conosciuto varie peripezie. Nella fase finale del ‘900, entrando nel ciclo della postmodernità, la rappresentanza italiana è stata ridotta ai minimi termini, addirittura soppressa e poi nuovamente ripristinata, per fare spazio alle grandi mostre transnazionali che hanno di lì in poi caratterizzato la Biennale. Questa precarietà è, almeno in parte, lo specchio dei problemi che l’Italia ha a pensarsi come paese, a confronto con altre identità nazionali più strutturate. C’è poi da mettere nel conto il dovere di ospitalità che l’Italia ha nei confronti degli altri paesi. Gestire al meglio la Biennale, rinnovandola e aggiornandola  costantemente, può richiedere qualche sacrificio, e il paese organizzatore dev’essere il primo a farsene carico.

Quanto detto fin qui spiega certamente molto ma non tutto, a maggior ragione da quando, nel 2006, la sede del Padiglione Italia ha cessato di essere quella originaria, ubicata nei Giardini, per spostarsi alle Tese delle Vergini, nell’Arsenale. Esempio insigne di archeologia industriale, con una superficie di 1200 mq più 900 all’esterno, le Tese danno ampie garanzie in termini di ricettività e flessibilità, anche nel caso in cui gli artisti presenti siano molti e molto diversi l’uno dall’altro, e le loro opere non sempre di dimensioni contenute. Proprio a questo si pensa quando ci si chiede a cosa serva la curatela: a scegliere gli artisti, certo, ma soprattutto a farli coesistere, valorizzando le differenze.

E tuttavia, nelle ultime edizioni, il numero degli artisti invitati è sceso ai minimi storici. Gli artisti sono stati tre nel 2017 (Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey, curatrice Cecilia Alemani), tre nel 2019 (Enrico David, Chiara Fumai, Liliana Moro, curatore Milovan Farronato), uno nel 2022 (Gian Maria Tosatti, curatore Eugenio Viola). E uno solo rappresenterà l’Italia nell’edizione in programma per questo 2024: Massimo Bartolini, curatore Luca Cerizza. Non si fa qui questione di singoli nomi e scelte, ma di rapporti tra dare e avere, qualità e quantità, spazio e tempo. Il trend del Padiglione Italia in questi ultimi anni fa pensare a un paese in cui arte e artisti siano prossimi all’estinzione, come se li avesse spazzati via il Covid e non valesse più la pena cercare, scoprire, interrogare. E sappiamo che non è così.

Il singolo artista, scelto in una rosa di candidati, va benissimo come ambasciatore di un Paese straniero. Se invece è il Paese ospitante a perseverare su questa strada, allora ci troviamo di fronte a un espediente che delude e, quel che è peggio, dà del sistema dell’arte di quel Paese un’immagine sbiadita e inconsistente. Che è poi l’immagine preferita da coloro che, quando si occupano di arte, non pensano e non parlano ma, semplicemente, proclamano.

Homepage: intervallo RAI TV, anni '60.

 

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