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Pattern and Decoration: proposte di decorazione dall’America degli anni Settanta-Ottanta

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Del raggruppamento di artisti denominato Pattern and Decoration, attivo sulla scena artistica USA fra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 del secolo scorso, pochi si ricordano oggi. Era quello il periodo in cui, al di qua e al di là dell’oceano Atlantico, si cominciava a parlare di tramonto della modernità, di crisi dei suoi modelli filosofici e ontologici, e si riconoscevano le prime avvisaglie di una nuova stagione.

È assodato che, all’epoca, le ricerche condotte dagli esponenti di Pattern and Decoration svolsero un ruolo pionieristico. Gli storici e i critici d’arte le annoverano infatti tra le primissime esperienze artistiche, compiutamente inquadrabili nel nuovo clima culturale che venne denominato, appunto, Post-Modern. Tuttavia, mentre neologismi come Postmodernità e Postmodernismo hanno dilagato ovunque, Pattern and Decoration resta, ad ormai quarant’anni dalle sue prime manifestazioni, un fenomeno schiettamente americano, anzi statunitense, che oggi si sta via via riscoprendo anche in Europa.

Ma non è detto che questo forte legame identitario rappresenti un limite. Al contrario, potrebbe essere la chiave di lettura più appropriata per un fenomeno che voglia definirsi autenticamente postmoderno, se è vero, come è vero, che il postmodernismo in arte predicava il ritorno al genius loci, alle tante risorse e specificità locali, mortificate dal modello internazionalista ed avanguardista che aveva fino a quel momento dominato il secolo XX.

Joyce Kozloff, Harvard Square Subway Station, 1985, ceramica, Cambridge, Massachussets (foto © Cymie Payne, www.joycekozloff.net).

Ad ogni buon conto, gli ex-membri del gruppo sono ancor oggi, in buona parte, attivi. Tra i più noti – ma molti di più se ne potrebbero ricordare – ricordiamo Cinthya Carlson (1942), Brad Davis (1942), Valerie Jaudon (1945), Jane Kaufman (1938), Joyce Kozloff (1942), Robert Kushner (1949), Kim MacConnel (1946), Tony Robbin (1943), Miriam Schapiro (1923-2015), Ned Smyth (1948), Robert Zakanitch (1935). Questi undici nomi figuravano nel catalogo della mostra Pattern and Decoration: an Ideal Vision in American Art, 1975-1985, tenutasi nel 2007 all’Hudson Museum di New York 〈1〉. La mostra di New York intendeva fare il punto sulle sorti di un movimento artistico che un quarto di secolo prima, soprattutto grazie alla visibilità offertagli dalla gallerista newyorkese Holly Solomon, aveva rivestito un ruolo importante. Una retrospettiva europea del movimento è attualmente in corso al Ludwig Forum di Aachen, e nel 2019 passerà per le due istituzioni gemelle di Vienna e di Budapest 〈2〉.

Può anche essere che, al di là dei meriti e demeriti oggettivi, Pattern and Decoration non abbia retto il confronto con altre correnti (e concorrenti) stilisticamente molto più compatte ed univoche, quali furono l’astrazione di tipo minimalista negli anni ’60-’70, o la figurazione elementare e stilizzata di tipo graffitista, negli anni ’80-’90. Mentre queste ultime coltivavano un linguaggio semplice, immediatamente riconoscibile, Pattern and Decoration si caratterizzava, all’opposto, per la volontà di far coesistere apporti culturali, stilistici e tecnici molto diversi e non sempre conciliabili tra loro: aggressività cromatica e spiritualismo simbolista, pattern geometrici e texture liriche, tradizione occidentale e culture etniche di altri continenti.

Le produzioni decorative che ne risultavano erano sì variegate, ma talvolta, inevitabilmente, anche generiche, soprattutto quando prevaleva l’atteggiamento di tipo citazionista-revivalista, coi prevedibili rimandi all’Art Nouveau, a Matisse, al Giappone. D’altra parte l’eclettismo, la pluralità dei registri espressivi, erano tra le credenziali più notevoli che la cultura postmoderna ai suoi esordi potesse vantare, e in questo senso non si può negare a Pattern and Decoration una sua coerenza di fondo. Coerenza che, nel giro di qualche anno, portò il movimento ad esaurire la propria funzione, dissolvendosi senza troppi rimpianti.

Valerie Jaudon, Reunion, 1989, pavimentazione in granito, Municipal Building and Police Plaza, New York (www.vonlintel.com).

Principalmente pittori ma in qualche caso anche scultori e – ciò che qui soprattutto interessa – decoratori di spazi architettonici, gli esponenti di Pattern and Decoration si formarono negli anni ’60-’70 attraverso la dialettica coi maestri del minimalismo e, in genere, delle correnti aniconiche ancora improntate ad un rigoroso concettualismo avanguardista. Da un lato, bisognava quindi prendere le distanze dall’austerità ormai manierata dei maestri più anziani, come Frank Stella, Ellsworth Kelly e Donald Judd. Dall’altro, urgeva anche ridiscutere, mettendone in luce criticità e aspetti irrisolti, i presupposti teorici e la legittimità storica su cui tali maestri avevano costruito la propria visione. Pattern and Decoration onorò l’impegno, producendo testi teorici di grande interesse.

Balza qui all’occhio un altro aspetto che, diversamente da oggi, trenta-quaranta anni fa non era così facilmente assimilabile da parte del pubblico. Pattern and Decoration contava infatti, per l’epoca, una forte presenza di artiste donne, attiviste dei movimenti civili e, in particolare, del femminismo. Le conseguenti scelte tecniche e poetiche non solo non si sottraevano a tale attivismo ma, anzi, ne tenevano apertamente conto, in termini sia teorici sia pratici.

Fu in questo contesto che nacque il documento più significativo prodotto nell’ambito di Pattern and Decoration. Il testo, firmato congiuntamente da Valerie Jaudon e Joyce Kozloff, uscì nel 1977 col titolo, provocatorio ed autoironico, di Art Hysterical Notions of Progress and Culture 〈3〉. Introdotto e concluso da alcune brevi notazioni delle due autrici, il saggio si compone in massima parte di estratti da scritti di artisti, critici, intellettuali, storici dell’arte (e non solo: ad esempio, ci sono due citazioni da Adolf Hitler) del secolo XX.

Joyce Kozloff, Topkapi Pullman (particolare), 1985, mosaico, Philadelphia, Suburban Station (foto © Eugene Mopsik, www.joycekozloff.net).

L’intento di Jaudon e Kozloff era quello di dimostrare, a partire da certe scelte lessicali comuni a tutti gli autori presi in esame, che l’avanguardismo novecentesco si reggeva su parole d’ordine ispirate ad una visione parziale, fortemente orientata, dell’arte e della civiltà. Una visione che privilegiava un’angolazione filooccidentale, purista, patriarcale, aliena da qualunque contaminazione con forme espressive ritenute inferiori o, comunque, dal pedigree incerto: la decorazione in primo luogo, ma anche l’artigianato e le arti popolari.

A quarant’anni di distanza, il testo risulta inevitabilmente datato, nella terminologia e in una certa vocazione al politically correct, che all’epoca cominciava a fare proseliti. Ma resta un’operazione stimolante e coraggiosa. Col loro saggio, Jaudon e Kozloff cominciavano ad istruire, in tempi ancora non sospetti, un dossier sul “secolo breve”, come più tardi Eric J. Hobsbawm definì il ‘900 ormai agli sgoccioli 〈4〉. Di quel secolo, nel 1977, non solo non si vedeva ancora la fine, ma i suoi presupposti ideologici continuavano ad informare le scelte, e non solo quelle artistico-culturali, dei protagonisti più in voga.

Non è certamente un caso che, più di tutti gli altri artisti di Pattern and Decoration, proprio le due autrici del documento, Valerie Jaudon e Joyce Kozloff, non si siano accontentate di teorizzare un ritorno alla decorazione e di realizzare quadri e opere grafiche – cioè la tipologia di opere prediletta dal mercato – ma abbiano profuso molte energie anche in direzione architettonica. Fin dai primi anni ’80, infatti, entrambe le artiste progettarono composizioni decorative pensate per gli spazi pubblici, e per le collocazioni più classiche e intramontabili: lastricati, fregi, mosaici, pannelli a tutta parete, rivestimenti ceramici, cancellate, verde pubblico 〈5〉.

Valerie Jaudon, Solstice, 1986, rosone pavimentale a mosaico di pietre dure, diametro cm. 550, Reagan National Airport, Washington.

Da un lato, Jaudon ha costantemente privilegiato, nei suoi elaborati per lo spazio architettonico, una decorazione di tipo formale, a base di pattern geometrici, spaziando in un’ampia gamma di riferimenti culturali, diretti e indiretti, reinventati peraltro in modo estremamente originale: dal celtico-romano all’islamico. Dall’altro, Kozloff ha spesso e volentieri alternato ai pattern geometrici, texture più aleatorie, spesso ispirate ad immagini cartografiche, muovendosi anche lei in una rete di riferimenti che tocca le culture di tutto il mondo.

Tra le ubicazioni (statunitensi in gran parte ma, in qualche caso, anche europee) delle loro opere, vi sono stazioni ferroviarie, aeroporti, musei, ambasciate, tribunali, biblioteche ed altre istituzioni sia pubbliche che private, che, di volta in volta, hanno messo a disposizione facciate, piazzali, rampe d’accesso, scalinate, atrii, corridoi.

Le mostre, sia passate che presenti, a cui abbiamo fatto riferimento, non dedicano più di qualche cenno ai complessi percorsi di decorazione architettonica intrapresi da Jaudon e Kozloff, né alle parallele esperienze, sporadiche ma comunque degne di nota, svolte da altri membri di Pattern and Decoration, tra cui Cynthia Carlson, Robert Kushner, Tony Robbin, George Woodman. Quali che ne siano i motivi (pigrizia intellettuale? acquiescenza alle logiche di mercato?), si tratta di una lacuna abbastanza sorprendente, dal momento che queste mostre lasciano intendere di voler assolvere ad un preciso impegno di ricostruzione storica. Una lacuna che, a conclusione di questo intervento, meritava di essere segnalata.

〈1〉 Vedi A. Swartz (a cura di), Pattern and Decoration: an Ideal Vision in American Art, 1975-1985, catalogo della mostra, New York, Hudson River Museum, 2007.

〈2〉 E. Boehle (a cura di), Pattern and Decoration. Ornament as Promise, Aachen, Ludwig Forum, 21/9/2018 - 13/01/2019, catalogo edito da Walter König, Köln.

〈3〉 Vedi V.Jaudon-J.Kozloff, Art Hysterical Notions of Progress and Culture, in "Heresies", n. 4, Winter 1977/1978, pp. 38-42. Il testo è reperibile on line sui siti internet delle due artiste. Vedi ai seguenti link: http://www.valeriejaudon.com/wp-content/uploads/2011/06/Jaudon_1977_1978.pdf  https://static1.squarespace.com/static/54cfdb3fe4b0f3f8e9b51f03/t/54ec138ae4b0165bdd00c622/1424757642613/03_Jaudon.pdf

〈4〉 Eric J. Hobsbawm, Il Secolo breve, 1914-1991: l'era dei grandi cataclismi, Milano, Rizzoli, 1995.

〈5〉 Per un elenco dettagliato, vedi i siti internet delle due artiste: www.valeriejaudon.com ; www.joycekozloff.net

In alto: Valerie Jaudon, Filippine Garden, 2004, veduta aerea del giardino situato all'esterno della Thomas F. Eagleton Federal Courthouse, St. Louis, Missouri. Sotto: Joyce Kozloff, Humboldt-Hospital Station, particolare dei mosaici parietali, 1984, Buffalo, New York (foto © Biff Henrich, www.joycekozloff.net).

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