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Il decoro, convenienza d’ornamenti / Gabriele Zinani

Il poeta e letterato Gabriele Zinani (1557-1635?) nasce a Reggio Emilia e, come prima di lui il suo concittadino Ludovico Ariosto, vive alla corte di Ferrara, svolgendo per conto degli Estensi missioni negli stati della penisola e al di là delle Alpi. La sua esperienza politico-diplomatica si concretizza in vari scritti, tra cui il trattato Il segretario, di cui qui riproduciamo due paragrafi. Come molti altri manuali concepiti nell’ottica della dissimulazione e della ragion di stato, virtù tipiche dell’età della Controriforma, anche questo libro teorizza una figura, quella del segretario al servizio di un Principe, perfettamente padrona della lingua scritta e parlata e a proprio agio in ogni frangente, dal vestire allo stare a tavola.

Nelle pagine del suo trattato, Zinani non può non affrontare anche il tema del decoro, inteso come specchio di ogni struttura culturale e sociale. Materia prima del decoro sono gli ornamenti, ma mentre gli ornamenti sono prerogative comuni a tutti gli esseri viventi, il decoro è una prerogativa cui solo la specie umana, nel suo uso artificiale degli ornamenti, può accedere. Per l’autore il rapporto fra  ornatus e  decor è inequivocabile: i due termini non sono affatto sinonimi o equivalenti o conflittuali, come spesso erroneamente si ritiene, ma stanno a indicare rispettivamente il repertorio ed il principio organizzatore, posti in connessione reciproca. Questa la tesi generale enunciata da Zinani, prima di affrontare le questioni di decoro letterario che sono di specifica competenza del suo libro. Vedi G. Zinani, Il segretario, Venezia, Guerigli, 1625, pp. 98-99.

Del Decoro

Rinvenir quel, che sia decoro non è impresa così leggiera, che in sé non habbia di molte malagevolezze. Si sente ben’egli nominar tutto di dalle bocche, e dalle penne de gli huomini, ma fra tanti, che di lui favellano, non par che alcun si trovi, che ci sappi ben dire quel, ch’egli si sia. Dubbio non v’ha, che non è, dove non è ornamento. Ma perciò che non sempre, dov’è ornamento, ivi si vede esser decoro, da questo si scorge, che non è ornamento, come che sia qualità, che va con gli ornamenti volentieri di brigata. Perché io credo, che agevolmente troveremo questo decoro, che se ne va così celato, se troviam prima, con quali ornamenti ei soglia accompagnarsi, e di quali rifiuti la compagnia.

De gl’ornamenti

De gl’ornamenti altri son naturali, altri artificiali, co’ naturali, non par che giamai s’accompagni il decoro, se non si dice troppo impropriamente parlando, che i crini del cavallo, le zanne del cinghiale, le corna del cervo, e gli altri ornamenti, co’ quali la natura fa belli gli animali abbin decoro. S’accompagna dunque solamente con gli artificiali. Ma con tutti, o con parte di loro? De gli ornamenti artificiali altri son lascivi altri leggiadri, & altri gravi: e con questi, e con quelli va il decoro, ma solamente all’ora, che ciascun di loro è convenevolmente usato. Sì come son varij tra loro, così variamente ancora convenendo, e disconvenendo altrui, quando egli avviene, che gli ornamenti gravi si concedano al Senatore, i leggiadri alla donzella, & i lascivi alla meretrice, all’ora, percioché ogn’uno averà quell’ornamento, che gli conviene, con gli uni, e con gli altri ornamenti sarà accompagnato il decoro. Ma se il contrario s’adoperasse, e che la meretrice portasse gli ornamenti gravi, la donzella i lascivi, & il Senatore i leggiadri, subito da gli ornamenti con tanta disconvenienza usati fuggirebbe il decoro. Per la qual cosa si conosce apertamente, che altro non è il decoro, che convenienza d’ornamenti. Questa convenienza è regolata dall’uso. L’uso è una legge introdotta nel comune de gli huomini, in virtù della quale ogn’un sentenzia quale ornamento convenga, e qual disconvenga alle genti. Tal l’autorità è dell’uso. Ma per tuttociò non è tanta, che basti a far osservar dalle genti tutta questa convenienza de gli ornamenti senza l’aiuto della legge. Prima, che il Conte d’Olivare [1] fosse viceré nel Regno di Napoli, alcuni, che reggevano i magistrati maggiori andavan vestiti più tosto da innamorati giovanetti, che da persone da governo. Il Conte fece una legge, che tutti portassero la toga. All’ora comminciarono andar togati. Avanti quella legge ben si conosceva da ciascuno, ch’essi vestivan senza decoro, poiché portavan ornamenti, che per buon uso gli disconvenivano, ma non bastando l’uso a far osservar questa convenienza, la legge fu quella, che il fece, e che introdusse il decoro. Et ecco trovato quel, che in general sia il decoro.

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[1] Enrique de Guzmán, Conte di Olivares, viceré di Napoli dal 1595 al 1599  [n.d.r.].

In alto: François Spiering, Gualdrappa (particolare), 1621, arazzo, Stoccolma, Armeria Reale (www.wga.hu). Sotto: riproduzione delle pagine 98 e 99 del libro di Gabriele Zinani, “Il segretario”, Venezia, Guerigli, 1625.

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