Skip to content

La matematica nella decorazione medievale / parte 2.2 / Marco Lazzarato

La piattaforma islamica

Non vi è dubbio che l’ornatistica del medioevo, sia cristiano che musulmano, operi tutta sulla piattaforma romana, dal momento che essa è divenuta regola dell’arte, cioè prassi consolidata e tradizionale, in gran parte dell’Europa e nel bacino del mediterraneo. Ne troviamo una conferma in uno dei più interessanti poligoni modulari che caratterizzano le decorazioni parietali dell’Alhambra, l’hueso [1], i cui esagoni allungati, elaborati su base quadrata, sono già presenti nel pavimento della basilica di San Marco. Questa piattaforma operativa non necessitava di ulteriori integrazioni, cosicché, sia nei poligoni nazariti dell’Alhambra, sia nei motivi del pavimento di San Marco, è ragionevole ricondurre tutto alla via geometrica, escludendo uno specifico intervento di tipo matematico.

Tassellatura del piano con motivo a “huesos”, © Marco  Lazzarato 2019.

Tuttavia, nell’ornato geometrico islamico più evoluto, quale si può osservare negli stessi monumenti della Spagna arabizzata, da Granada a Cordoba, si va ben oltre questo tipo di poligoni. Si pensi ai cosiddetti lazos [2], cioè le stelle intrecciate, che invece non sono derivabili dal sistema romano. La stella islamica, ottenuta con una rotazione di poligoni regolari e una successiva irradiazione dei lati, comporta infatti una discontinuità concettuale rispetto alla piattaforma tradizionale romana. Prova ne sia che nel pavimento di San Marco, concepito totalmente su base romana, su centosei pattern presenti, solo due cercano l’intreccio di esagoni, senza però raggiungere l’effetto stellare. Viceversa, nel pavimento del presbiterio del battistero di San Giovanni a Pisa, nel quale è nota la presenza di maestranze islamiche, ai due lati dell’altare vi è un perfetto intreccio stellare, seppur risolto alla romana, cioè in maniera semplificata, tramite un pattern triangolare. Questo caso, oltre a confermare l’intreccio stellare come invenzione peculiare della decorazione islamica, dimostra anche che la piattaforma romana non venne dismessa con l’introduzione del nuovo elemento, ma restò in uso come riferimento strutturale, per inserire l’intreccio stesso in una continuità. Non più generatrice del motivo, essa diventò semplice griglia ordinatrice di pattern generati in altra maniera. Il problema è capire, oggi, quale sia quest’altra maniera. Su quest’ultima questione si possono avanzare due opposte letture.

I limiti di una ricerca

Gli ipotetici sostenitori della tesi romana potrebbero affermare che, visto il permanere della struttura tradizionale e considerando il fatto che anche nei mosaici romani vi è la presenza di stelle ottenute  tramite rotazione di poligoni regolari, la stella islamica nasca da una complicazione di elementi già dati. Analogamente ai monaci irlandesi, che inserendo l’intreccio complicarono parossisticamente la griglia modulare romana, così i maestri islamici, ricercarono la stessa complicazione sviluppando composizioni stellari. Secondo questa tesi, nessun elemento nuovo sarebbe stato introdotto nel sistema, ma sarebbe semplicemente cambiato il fine che gli utilizzatori si proponevano. In altre parole, le due culture religiose, spostando il focus della ricerca dall’edonismo richiesto nei pavimenti romani al misticismo coltivato nei monasteri o nelle scuole coraniche, avrebbero semplicemente portato al parossismo gli elementi che avevano a disposizione.

Particolare del pavimento del presbiterio del battistero di San Giovanni, Pisa, sec. XIII.

Gli altrettanto ipotetici sostenitori della piattaforma islamica, potrebbero invece osservare che è pur vero che, seguendo la via romana, è possibile smontare e ricostruire molte stelle islamiche, ma che l’operazione risulta molto difficoltosa, e che quando in campo ornatistico si incontrano difficoltà, ciò significa che si sta percorrendo la strada sbagliata. Inoltre, è vero che le stelle a sei e otto punte generate dalla rotazione del quadrato e del triangolo equilatero sono presenti in molte culture, tuttavia nessuna è mai arrivata al parossismo della moltiplicazione delle punte e della successiva irradiazione sul piano. Per quanto riguarda i significati religiosi, infine, pur essendo il pavimento di San Marco un capolavoro della mistica cristiana, in esso non vi è alcun motivo stellare ad intreccio. Da ciò si deduce che le stelle intrecciate siano state elaborate da un pensiero estraneo all’ornatistica tradizionale romana, ed innestate poi su questa in un secondo tempo. Personalmente propendiamo per la seconda ipotesi, ma le cose non sono così semplici.

Conclusioni

Innanzitutto riassumiamo, nell’ordine, i quattro punti fin qui esaminati. In primo luogo, come abbiamo ribadito più volte, l’ornatistica medievale è erede della tradizione romana. In secondo luogo, e di conseguenza, essa opera sulla base di una raffinata geometria empirica, autosufficiente, perché non necessita di ulteriori contributi matematici. In terzo luogo, è su questa base che sono stati creati sia i pattern del pavimento di San Marco, sia i poligoni nazariti dell’Alhambra, tutti riconducibili a semplici azioni di tracciatura effettuate sulle griglie a base quadrata e triangolare. In quarto luogo: gli intrecci stellari, caratteristici della decorazione islamica, si avvalgono di questa piattaforma solo sul piano compositivo, in quanto rispetto ad essa presentano una discontinuità concettuale.

Negli anni abbiamo condotto diverse esplorazioni nell’universo dell’ornatista islamica, esplorazioni che hanno dato risultati contraddittori. Da un lato, la permanenza della piattaforma romana nel sistema islamico è innegabile, sia perché essa è l’origine diretta di molti motivi – è il caso dei succitati poligoni nazariti – sia perché, indirettamente, essa è anche la griglia ordinatrice dei motivi stellari. Tuttavia, esclusi i casi più semplici di intrecci stellari costruiti interamente su piattaforma romana (come nel pavimento del battistero di Pisa), onestà intellettuale vuole che si ammetta che, nei casi più complessi, i conti non tornano. È pur vero che, agendo sul sistema romano, si può comunque riuscire a risolvere il rebus dell’intreccio stellare islamico, ma per arrivare alla soluzione si è costretti ad una forzatura a posteriori – fissando punti ed assi di riferimento – di cui ben difficilmente difficilmente il maestro ornatista islamico avrebbe potuto avvalersi a priori. In altre parole: se si resta fedeli al sistema romano, allora mancano le geometrie applicative, necessarie per rendere il procedimento islamico intuitivo ed agevole.

Schema della decorazione pavimentale riprodotta nella foto precedente, © Marco  Lazzarato 2019.

Posto che l’interlocutore finale è sempre e comunque il cantiere edile, composto di maestranze variamente specializzate, che in queste geometrie hanno i loro strumenti esecutivi, allora il requisito indispensabile per accreditare un metodo, qualunque esso sia, sta proprio nel sapere adeguatamente padroneggiare le relative strumentazioni geometriche. Così come il sistema romano, anche quello islamico doveva fornire istruzioni, procedure di filiera e strumenti, tali da permettere al maestro ornatista ed ai suoi sottoposti un’azione veloce, intuitiva ed efficace, in tutte le fasi di invenzione e di realizzazione. Tutto ciò, ovviamente, al netto della mostruosa abilità di questi artisti. Questo è il punto-chiave: se le geometrie islamiche non sono deducibili dal sistema romano, allora devono necessariamente derivare da un ricalcolo della piattaforma matematica di base. Ma allora, gli intrecci stellari islamici non possono che essere stati concepiti all’interno del pensiero scientifico arabo, il quale solo in un secondo momento si è preoccupato di sviluppare gli strumenti applicativi, necessari a trasformarli in motivi ornatistici. È superfluo, in questa sede, ricordare l’importanza e l’eccellenza del pensiero scientifico arabo nel medioevo, orientato soprattutto verso l’astronomia e l’astrologia, scienze al tempo gemelle.

Jacopo Dondi (su progetto di), Orologio astronomico, 1344, Padova, Piazza dei Signori (Wikimedia.org).

Senza spendere quindi ulteriori parole su campi che oltretutto non ci competono, riteniamo utile in chiusura proporre invece una immagine che plasticamente testimoni l’origine dell’oggetto ornatistico che stiamo analizzando. In piazza dei Signori, a Padova, campeggia un grande orologio astronomico, costruito nel 1344 su progetto di Jacopo Dondi. Sul grande quadrante circolare centrale campeggiano tre poligoni regolari inscritti: triangolo equilatero, quadrato, esagono. Essi sono evidentemente finalizzati a visualizzare i movimenti degli astri, e tuttavia è difficile sostenere che un maestro ornatista potesse rimanere indifferente di fronte al loro intreccio.

____________________

[1] Hueso (in spagnolo “osso”), è il termine con cui viene tradizionalmente definito il poligono irregolare la cui forma, un quadrato congiunto a due esagoni derivanti anch’essi dalla griglia a base quadrata, ricorda appunto quella di un osso.

[2] Lazos (in spagnolo “lacci”, “funi”), è il nome tradizionale dato alle linee continue intrecciantisi in motivi stellari con un numero variabile di raggi, reciprocamente collegati e regolarmente distribuiti sulla superficie da decorare.

In alto: interno del battistero di San Giovanni a Pisa, visto dai matronei (www.itinerariapicta.it). Sotto: costruzione del motivo a quadrati ed esagoni, presente nel pavimento della basilica di San Marco a Venezia, © Marco Lazzarato 2019.

Commenta per primo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *