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Libri / Flavio Favelli, Bologna la Rossa

Nato a Firenze nel 1967 ma stabilitosi giovanissimo a Bologna, con questo libro d’artista Flavio Favelli tributa un omaggio non convenzionale alla sua città. Nella somma delle parti che lo compongono (uno scritto autobiografico, le riproduzioni di alcuni documenti di famiglia, ventidue foto di repertorio, una cinquantina di disegni originali), Bologna la Rossa è un vero e proprio romanzo di formazione. Lo si potrebbe definire, ricordando James Joyce, un ritratto dell’artista da giovane.

Il racconto di Favelli si apre con un elenco di fatti, tutti incredibilmente e drammaticamente bolognesi: «La Strage dell’Italicus del 4 agosto 1974, l’uccisione di Francesco Lorusso l’11 marzo 1977, l’incidente di Murazze di Vado il 15 aprile 1978, la Strage di Ustica del 27 giugno 1980, la Strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la Strage del Rapido 904 il 23 dicembre 1984, la Strage del Salvemini il 6 dicembre 1990, la Strage del Pilastro il 4 gennaio 1991 e la Strage dell’Armeria di via Volturno il 2 maggio 1991. Tutti questi sono entrati in modo differente, un giorno, nel mio quotidiano, a Bologna; ho ricordi precisi di dove ero, cosa facevo e a volte cosa pensavo».

Poco più in là, continuando a leggere, una data incompleta: mese ed anno ma non il giorno. Le stragi, le vittime, le indagini infinite, sprofondano in una storia più piccola, che però le tiene tutte insieme: «A metà luglio 2019 è morto Manlio Favelli, mio padre. Questa lunga storia, fra lui e me, si conclude mentre sto ultimando questa serie di disegni, che sono anche un po’ suoi; questa storia tragica, ma anche intensa, sempre segnata dall’arte – perché è così che in qualche modo l’abbiamo sempre intesa – è stata accompagnata da documenti con scritte, proprio come questa opera.»

I materiali da disegno utilizzati da Favelli, matite colorate e cartoncino nero, parlano un idioma da apprendistato scolastico, congiunto però alla consapevolezza del dopo, del passato che si erge tutto intorno come un muro cieco, in cui occorre aprire porte e finestre. Il nero del cartoncino somiglia a quello della lavagna. Lavorarci sopra non è semplice: per celare completamente quel nero luttuoso, bisogna coprirlo, strato su strato, rinunciando ad ogni sofisticazione formale. La matita colorata fa quel che può per imporsi, ma qualcosa dell’oscurità sottostante trapela sempre. In compenso, la parte di supporto rimasta intatta crea un misterioso fondale buio, in cui le immagini spiccano quasi fossero illuminate dall’interno.

Normalmente, ognuno dei disegni di Favelli abbina due immagini. Talvolta, più di rado, l’immagine è una sola. Si tratta di manifesti pubblicitari, biglietti di spettacoli, etichette, francobolli, loghi, schermate televisive, copertine di riviste e cataloghi ed altro ancora: insomma, il décor (alla francese: lo sfondo, la scenografia) di quegli anni. L’abbinamento tra due immagini nello stesso disegno obbedisce a criteri flessibili, ma non è mai arbitrario. Occorre ripescare dai ricordi i frammenti visivi che corrispondono ad ogni anello della catena di eventi, con le drammatiche foto d’epoca a fare da saldatura tra un anello e l’altro. È un décor che funziona a memoria, subliminalmente, aggrappandosi all’elementarità e all’intercambiabilità delle icone. Valga per tutte la stella disegnata da Favelli dentro il cerchio rosso – un po’ Sole dell’Avvenire un po’ Sol Levante – simbolo di Arte Fiera. L’emblema della manifestazione bolognese e l’astro leggermente deforme delle Brigate Rosse, appaiono e scompaiono sulla pagina, come in una vecchia insegna al neon.

Nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario della madre di tutte le stragi italiane, quella di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), le rievocazioni si moltiplicano. Non solo saggi e romanzi dunque, ma anche film, documentari, interviste, mostre, rappresentazioni teatrali, storie a fumetti. Mancava un contributo pensato secondo una logica specificamente visiva, fatta di segni e di cose più che di cause ed effetti. Misurarsi con Bologna poteva sembrare impresa disperata, tali e tante sono le vicende che s’intrecciano nel capoluogo emiliano-romagnolo. La stagione delle bombe, culminante nell’attentato alla Stazione del 2 agosto 1980, è solo la più nota di queste vicende. Quello di Murazze di Vado, ad esempio, fu un disastro ferroviario per certi versi assimilabile al recente crollo del ponte Morandi a Genova. L’aereo che, decollato da Bologna, fu abbattuto nei cieli di Ustica, con ogni probabilità incontrò sulla propria rotta velivoli militari stranieri in combattimento fra di loro. A sua volta, la strage del Salvemini fu dovuta all’avaria di un velivolo militare italiano e all’assurda condotta di chi ne era responsabile. Quanto ai fatti della banda della Uno bianca, la loro reale natura, tra criminalità comune e delirio ideologico, resta in buona parte un enigma.

Favelli ha portato a termine la sua ricognizione con successo, proprio perché ha voluto solo essere, come oggi si può esserlo, un artista. Rivivendo la propria storia, le ha fatte rivivere tutte. Il libro: Flavio Favelli, Bologna la Rossa, Mantova, Corraini, 2019.

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In alto: un fotogramma dal film “La polizia è sconfitta”, 1977, regia di Domenico Paolella (www.youtube.com). Sotto: la copertina del libro.

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