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Murali di Bridget Riley: gli ospedali di Liverpool e Londra / Enrico Maria Davoli

Nata nel 1931, la pittrice inglese Bridget Riley appartiene a quella corrente artistica che, negli anni sessanta del secolo scorso, prese il nome di Optical Art o, per brevità, Op Art. Anticipata da precursori come Josef Albers (1888-1976) e portata alla ribalta da Victor Vasarely (1906-1997), la Op Art mieté ampi consensi. Nella seconda metà del ‘900, essa spiccò come una corrente internazionale che, in un contesto capitalistico avanzato, rinnovava l’utopia ottocentesca del movimento Arts & Crafts: quella cioè di realizzare un linguaggio visivo che trovasse i propri ambiti di applicazione un po’ ovunque, dai tessuti all’arredamento, dall’architettura alla pubblicità, dal design alla tipografia. L’arte optical costituì in quell’epoca, insieme a quella cinetica e a quella programmata, una sorta di trinità in cui pratica creativa, scienza e tecnologia si tenevano l’una all’altra, con qualche eccesso di ingenuità che, oggi, è facile rimproverarle.

Bridget Riley emerge come una delle figure più originali di quel contesto culturale: un’artista in grado di dialogare anche con codici espressivi di altra matrice, dalla Pop Art al Minimalismo. Figlia di un tipografo, formatasi nell’ammirazione per i maestri di fine ‘800 – Seurat in particolare – Riley si è evoluta per gradi, limitando dapprima le proprie composizioni alla monocromia, poi iniziando a sperimentare policromie associate a composizioni ottenute con figure geometriche isolate e ripetute, oppure tassellando l’intera superficie con l’iterazione di un singolo elemento modulare direzionato nello spazio. Tra i protagonisti della Op Art Riley è colei che, forse meglio di tutti, ha gettato un ponte tra l’eredità ottocentesca delle arti decorative ed applicate, ed il clima che ancor oggi respiriamo, tanto da entrare in sintonia, a metà anni ottanta, con artisti appartenenti a generazioni più giovani, come Ross Bleckner e Philip Taaffe. Riley ha sviluppato anche un’importante attività teorica e critica [1].

Bridget Riley, Bolt of Colour, 2017, murale, Marfa, Chinati Foundation (© Bridget Riley, foto Alex Marks).

Le potenzialità decorative della sua pittura si esaltano nelle opere di vaste dimensioni appositamente realizzate sulle pareti di musei e istituzioni culturali. Ma si tratta quasi sempre di allestimenti temporanei, che scontano in qualche misura il limite dell’effimero, dell’assenza di una funzione sociale riconosciuta e stabilizzata nel tempo. Il murale da cui prende spunto questo articolo, Bolt of Colour, inaugurato nell’ottobre 2017 presso la Chinati Foundation di Marfa, Texas, ed ancora visibile in loco per tutto il 2019 [2], ha invece alle spalle un’esperienza creativa densa, ben sedimentata nella carriera dell’artista: quella legata alla decorazione di spazi ospedalieri. Ed è su questo particolare risvolto dell’attività di Bridget Riley, che questo articolo si soffermerà.

Gli spazi interni dell’edificio ospedaliero sono il contesto in cui ormai da tempo, in tutto il mondo, vengono profusi sforzi tendenti a rendere più armonioso il rapporto fra l’istituzione, gli utenti e il personale medico-sanitario, tenuto conto della delicatezza delle situazioni che quotidianamente, e spesso per lunghi periodi di degenza, vi vengono trattate [3]. Da questo punto di vista, il contesto britannico è tra i più vivaci ed evoluti. Esistono infatti nel Regno Unito enti che, riprendendo una radicata tradizione filantropica, cercano di far incontrare l’arte coi luoghi di lavoro e di cura: spicca su tutti l’Imperial Health Charity [4].

Ma torniamo al murale della Chinati Foundation, Bolt of Colour (tradotto alla lettera, il titolo suona come “scia di colore”). Esso è la riedizione di un precedente murale, che era stato commissionato all’artista nel 1979 dal Royal University Hospital di Liverpool, per decorare i propri corridoi interni. Già da molti anni Riley, che in gioventù aveva lungamente assistito il padre reso infermo da un grave incidente automobilistico, progettava di dedicarsi ad una simile impresa. Portato a compimento nel 1983, il murale di Liverpool venne eliminato nel 1990, cosicché oggi ne restano solo bozzetti e fotografie. Dunque l’odierno Bolt of Colour ha anche un preciso valore documentario, poiché quella di Liverpool non era una simulazione come può realizzarsi nell’area protetta di un museo, ma una committenza vera e propria, legata ad uno spazio pubblico intensamente vissuto e frequentato, e carico di problematiche umane e professionali di grande complessità.

Bridget Riley, Decorazione murale, 1983, Liverpool, University Royal Hospital (distrutta).

A quanto è dato capire, tali problematiche non furono estranee alla rimozione dell’opera, percepita all’epoca come cromaticamente troppo intensa. C’è anche da dire che, in quella fase storica, la concezione di Riley doveva risultare decisamente in anticipo sui gusti correnti. L’artista inglese non si era infatti accontentata di giustapporre elegantemente un colore all’altro, ma aveva codificato i vari pattern cromatici, in modo tale da rendere riconoscibile a prima vista al visitatore, in quale punto dell’ospedale egli si trovasse [5]. I percorsi cromaticamente differenziati che, oggi, indicano la direzione da seguire per raggiungere i vari reparti ospedalieri, sono in qualche modo gli eredi di un’esperienza pionieristica come quella tentata da Riley quasi quarant’anni fa.

Quella commissionata nel 1979 dal Royal Liverpool University Hospital fu non solo la prima opera in cui Riley si misurò con le compatibilità di un luogo di sofferenza e di cura, ma fu anche, in assoluto, la prima occasione per l’artista di cimentarsi nella realizzazione di un murale. Il rifacimento della Chinati Foundation conferma il valore di quell’esperimento, pur coi punti interrogativi che abbiamo segnalato. Una seconda commissione vide l’artista impegnata, nel 1987, nell’esecuzione di un ciclo murale occupante il settimo e l’ottavo piano del St. Mary’s Hospital di Londra. Un terzo ed ultimo ciclo venne realizzato dall’artista nel 2013-14, sempre al St. Mary’s Hospital, nel piano sovrastante i due già decorati nel 1987.

Bridget Riley, Decorazione murale, 1987, Londra, St. Mary’s Hospital (www.imperialcharity.org.uk).

Venendo ai caratteri tecnici, formali e compositivi impressi da Riley a questa serie di lavori, si segnala innanzitutto la modalità di realizzazione: non tinteggiatura diretta del muro, ma grandi fogli stampati in serigrafia e poi applicati, a mo’ di carta da parati. Si tratta di un procedimento molto pragmatico, tipico della tradizione inglese già fatta propria da William Morris e dal movimento Arts & Crafts, e teso a facilitare sia la pulitura della superficie, sia la riparazione di eventuali danni.

Lo schema compositivo ideato da Riley per il Royal Liverpool University Hospital e poi ripreso anche per il St. Mary’s di Londra, prevedeva una serie di fasce orizzontali di colore e larghezza variabili, raggruppate in due zone, una in alto, verso il soffitto, un’altra in basso, vicino al pavimento, e separate da una fascia intermedia più ampia, di colore bianco. La gamma cromatica si ispirava, come la stessa autrice ha più volte dichiarato, ad un viaggio compiuto nel 1980 in Egitto e, in particolare, allo studio della pittura di quell’antica civiltà: «La tavolozza degli antichi Egizi era immutabile. Essi usarono gli stessi colori – turchese, blu, rosso, giallo, verde, nero e bianco – per più di tremila anni […] Tali colori risultavano diversi ad ogni singolo utilizzo, e al tempo stesso esercitavano una funzione unificante sull’intera cultura. Cosa forse ancora più importante, quelle tonalità cromatiche erano il prodotto della abbacinante luce nordafricana e, di conseguenza, finivano con l’incorporare la luce, quasi come se emanasse direttamente dalle pareti [6].»

Bridget Riley, Decorazione Murale, 2013-14, Londra, St. Mary’s Hospital (© Bridget Riley/Imperial Health Charity Art Collection).

Il medesimo schema compositivo di Liverpool – adagiato in orizzontale, però con gamme cromatiche differenti ma comunque ispirate ad una concezione del colore atemporale, “egizia” – si ritrova anche nei tre piani del St. Mary’s Hospital decorati da Riley nel 1987 e nel 2013-14. In quest’ultima occasione, l’artista ha sottolineato che «i dipinti nei corridoi della struttura ospedaliera abbracciano la totalità dello spazio; il loro scopo è quello di dare sollievo spirituale e ricordare che esiste una vita fuori dall’ospedale, ma senza in alcun modo interferire con lo svolgimento delle normali attività» [7].

Queste parole sintetizzano molto bene ciò che si può chiedere alla decorazione di uno spazio pubblico, attraversato da problematiche di grande complessità e caratterizzato da percorsi labirintici e ripetitivi, qual è appunto un moderno ospedale. L’andamento longitudinale dei corridoi del St. Mary’s scorre sul doppio orizzonte cromatico polarizzato verso le due estremità, alta e bassa, di ciascuna parete. Una decorazione aniconica, minimale, quindi, ma niente affatto rinunciataria o riempitiva, tanto da evocare una nozione di eternità e di vita che continuamente si rinnova.

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[1] Per gli scritti dell’artista vedi B. Riley, The Eye’s Mind. Collected Writings 1965-2009, Londra, Ridinghouse, 2010. Riley ha curato più mostre basate sul dialogo e l’abbinamento coi maestri del passato; vedi ad esempio M. Bracewell, M. Prather, C. Wiggins (a cura di), Bridget Riley, Paintings and related Work, catalogo della mostra, Londra, National Gallery, 24 novembre 2010 – 22 maggio 2011. Per informazioni on line sull’artista: www.bridgetrileyartfoundation.org

[2] La Chinati Foundation è un museo di arte contemporanea specializzato in allestimenti di grandi dimensioni, aperto nel 1986 per volontà dell’artista Donald Judd. Il sito ufficiale: www.chinati.org

[3] Sulla decorazione dei contesti ospedalieri vedi, su questa stessa rivista, M. Lazzarato, Il decoro degli ospedali, 23 dicembre 2018.

[4] Per informazioni sull’Imperial Health Charity, committente della stessa Riley per i murali del St. Mary’s Hospital di Londra, vedi il sito ufficiale dell’ente: www.imperialcharity.org.uk

[5] Su questi aspetti, vedi la testimonianza pubblicata il 26 novembre 2010 al link: lookedatthisway.blogspot.com/2010/11/liverpool-2010.html

[6] «The Ancient Egyptians had a fixed palette. They used the same colors – turquoise, blue, red, yellow, green, black and white – for over 3,000 years […] In each and every usage these colors appeared different but at the same time they united the appearance of the entire culture. Perhaps even more important, the precise shades of these colors had evolved under a brilliant North African light and consequently they seemed to embody the light and even reflect it back from the walls». Il testo è reperibile al seguente link: https://chinati.org/programs/chinati-announces-a-large-scale-new-wall-painting-by-bridget-riley-opening-in-october/

[7] «The hospital corridor paintings embrace the whole space; they aim to lift the spirits and to remind one of the life outside, while in no way interfering with the essential activities which must go on». Il testo è reperibile al seguente link: www.op-art.co.uk/2014/04/new-bridget-riley-mural-at-st-marys-hospital-london/

In alto: Bridget Riley, Decorazione murale, 1987, Londra, St. Mary’s Hospital (© Bridget Riley/Imperial Health Charity Art Collection). Sotto: Bridget Riley fotografata davanti al murale eseguito nel 1983 per il Royal Liverpool University Hospital.

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