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Poiesis e tekne / Marco Lazzarato

Poetica e arte del decoro

L’adeguamento di FD alle nuove tecnologie in uso nel campo della comunicazione on line, che vede l’accoppiata computer-stampante perdere gradualmente terreno rispetto allo smartphone, è un passo ormai obbligato. Ma, come spesso succede, le revisioni tecnologiche comportano anche una verifica sul progetto in essere.

Questa rivista nacque nel 2011 per far fronte ad una lacuna della cultura contemporanea, dandosi l’obiettivo di ridefinire le competenze ed i limiti della decorazione come arte e di ricostituirne il patrimonio iconografico, didattico e tecnico. Traendo il bilancio dell’attività fin qui svolta, non possiamo non prendere atto con soddisfazione del raggiungimento degli obiettivi che ci eravamo prefissi: grazie al nostro lavoro, parlare oggi di decorazione sta diventando cosa normale. L’emergenza, per così dire, è finita, ed anche se rimangono criticità, queste si possono affrontare con approfondimenti che scorrono nell’alveo di un consono e riconosciuto ambito disciplinare. Ricorrendo ad una metafora, si potrebbe dire che la macchina è stata finalmente restaurata ed è pronta a partire, ma perché ciò avvenga occorre rifornirla del carburante adeguato.

Fino al secolo scorso il repertorio canonico e tradizionale forniva benzina sufficiente a qualsiasi decoratore e ornatista per operare professionalmente, a prescindere dalle sue qualità artistiche. Oggi non è più così perché l’ornatofobia novecentesca, cancellando scolastica e repertori, ha negato tale base professionale, con il risultato di lasciare l’edilizia agli imbianchini e di investire gli artisti solo dell’eventuale problema del decoro, con i fraintendimenti che spesso abbiamo denunciato. Ecco perché, ai giorni nostri, il decoratore deve necessariamente essere un artista, cioè una figura professionale non solo tecnicamente abile, nel progettare e/o eseguire le proprie opere, ma in grado anche – anzi, soprattutto – di esprimere attraverso di esse una propria poetica.

Poiesis e tekne

Arte, tecnica, poetica, sono le parole-chiave su cui occorre riflettere per capire in che modo si possa ridare impulso al sistema decorazione. Ma prima di entrare nel merito dei ragionamenti successivi, è necessario fissare al meglio il significato di questi tre vocaboli.

Nella lingua italiana, la parola “arte” include due aree semantiche distinte, e ciò genera confusione nella precisa individuazione degli oggetti di un discorso. Per sciogliere l’ambiguità bisogna risalire alla radice greca della nostra cultura, rifacendosi in particolare a quel paradigma platonico che, oltre ad essere il più noto e autorevole, è anche il più chiaro. Nei testi platonici, i concetti che noi includiamo nel termine “arte” vengono espressi con due termini diversi, cui corrispondono realtà diverse: poiesis (ποίησις) e tekne (τέχνη). Per dare conto  del secondo termine – il più semplice dei due – possiamo fare riferimento a un brano della Repubblica in cui Socrate discorre con Trasimaco di cosa sia tekne, osservando che

«[…] la medicina non cerca il suo proprio utile, ma quello del corpo […] ma neppure l’arte dei cavalli cerca l’utile di sé, ma quello dei cavalli; né alcun’altra arte ricerca cerca il proprio vantaggio […] ma di quello di cui si occupa» [1]. 

Tekne è quindi arte in quanto abilità di ricercare l’utile e il bene di ciò che la concerne. Come l’arte del timoniere consiste nel portare la nave in porto, così, in generale, con tekne si intende l’arte come capacità di portare a buon fine la cosa di cui ci si occupa, di cui si ha la responsabilità. Arte, dunque, come abilità, capacità, responsabilità, non in sé e per sé ma in relazione allo scopo prefissato. Va da sé che la traduzione italiana più corrente, “tecnica”, risulta molto riduttiva rispetto all’area semantica originale, in quanto indica solo la capacità di eseguire correttamente un processo, non la responsabilità deontologica sul risultato finale.

Più oscuro e complesso è il termine poiesis, che richiama l’italiano “poesia” ma che i traduttori dal greco antico spesso rendono con “creazione”. Platone se ne serve nel noto brano del Simposio in cui Socrate dialoga con la sacerdotessa Diotima:

«”[…] Tu sai che la creazione è qualcosa di molteplice. Infatti, ogni causa per cui ogni cosa passa dal non essere all’essere è sempre una creazione; cosicché le produzioni che dipendono da tutte quante le arti sono creazioni, e tutti gli artefici di queste cose sono creatori”. “Dici il vero”. “Però […] sai che non sono chiamati tutti creatori, ma hanno altri nomi e che una parte distinta da tutta intera la creazione, ossia quella che riguarda la musica e i versi, viene designata con il nome dell’intero. Solamente questa viene detta creazione, e coloro che posseggono questa arte della creazione sono detti creatori”» [2].

Poiesis, rispetto a cui l’italiano “poesia” non comporta alcuna riduzione interpretativa, è quindi la capacità di trarre qualcosa – una forma – dal campo del non-essere a quello dell’essere. La capacità di inventare/creare una nuova forma è comune a molti artefici, ma solo pochi tra essi, i poeti appunto, possono rivendicarne la titolarità. In italiano le cose sono più o meno le stesse: chiamiamo “poeta” colui che compone versi, ma riconosciamo questa capacità creativa anche a molti altri artefici pur chiamandoli con nomi diversi, perché esperti di diverse teknai. L’esempio spesso usato da Platone è quello del falegname, che a suo modo attua una poiesis nel momento in cui inventa nuove forme per i mobili che dovrà costruire. Punto-chiave della definizione platonica è il passaggio dal non-essere all’essere. Ovvero: da dove il poeta trae la forma? Dal non-essere. E che cos’è la forma? Qui si apre la questione metafisica che spesso porta verso il baratro dell’esoterismo. Baratro nel quale eviteremo di cadere, cercando di fornire alcune definizioni chiare.

Livelli superiori

Empiricamente è chiaro a tutti che la realtà fenomenica che i nostri sensi percepiscono presuppone un livello superiore o antecedente, metafisico (in senso etimologico, è “metafisico” ciò che è al di là o al di sopra delle cose fisiche) nel quale siano conservate le leggi (per Platone, le idee) che regolano ciò che poi si manifesterà. In estrema sintesi e solo al fine di dare una informazione utile al lettore, possiamo dire che, in base alla dottrina platonica, per non-essere s’intende il livello superiore, antecedente all’essere, mentre per essere si intende il mondo sensibile, manifestato, ossia le “cose”, materiali o immateriali che siano. La scolastica aristotelica parlerà a sua volta di “potenza” per il livello superiore, per distinguerlo da quello inferiore indicato come “atto”.

Poiesis implica quindi la capacità dell’uomo di accedere a tale livello superiore, originario e, come nel processo creativo della natura, di portare ad essere nuove forme, le quali diverranno poi cose, opere, manufatti. Ne consegue che il processo creativo non ha sede nell’essere (cioè nella psiche, nelle sensazioni, nella natura, nella sociologia) ma discende, attraverso un’intuizione, da un livello superiore, antecedente. Ne consegue inoltre che tutto questo processo è a-logico e irrazionale, quindi imponderabile e indefinibile. Tant’è che le testimonianze storiche, non a caso, lo vogliono accompagnato da trance medianiche o dall’assunzione di sostanze psicotrope. Lo sciamanesimo, la trance dei Dervisci o dei Coribanti danzanti, l’estasi dei santi medioevali, sono tutte varianti dello stesso percorso. La ricerca poetica di un artista contemporaneo è più “laica”, quindi non necessariamente deve raggiungere questi estremi mistici, però ha lo stesso oggetto, ovvero cercare l’accesso al non-essere.

Essendo tutto il percorso totalmente imponderabile, Platone stesso si rende conto che una clausola di garanzia va posta, in quanto non tutti coloro che operano o parlano in modo strano sono poeti. Il confine fra poesia e follia, seppur labile, esiste: sono e rimangono due cose diverse. Dunque, come riconoscerle e distinguerle? La spiegazione si ha nello Jone, il dialogo platonico in cui Socrate conversa con un attore. Invitiamo quanti ci seguono ad una attenta lettura di questo testo, per arrivare direttamente a quella che abbiamo definito “clausola di garanzia”. In sintesi: come possiamo capire se colui che abbiamo di fronte è effettivamente un poeta (in quanto, come dice lo stesso Socrate, è “posseduto dal dio”) o è solo lo scemo del villaggio? Semplice, la sua opera deve agire su di noi 

«[…] come nella pietra che Euripide ha chiamato “Magnete” […] Anche questa pietra, infatti, non solo attira gli anelli di ferro, ma infonde altresì una forza negli anelli medesimi, in modo che, a loro volta, essi possano produrre questo stesso effetto della pietra e attrarre altri anelli: e in questo modo, talvolta, si forma una lunga catena di anelli  che prendono l’uno dall’altro. E tutti quanti dipendono dalla forza di quella pietra!» [3].

[1] Platone, Repubblica, I, 342c, in Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Milano, Bompiani 2000, pp. 1095-96.

[2] Platone, Simposio, 205c, Ibidem, p. 513.

[3] Platone, Jone, 533d, Ibidem, p. 1027.

Sopra: Leonidas Drosis, monumenti a Platone e Socrate (particolari), 1875 circa, marmo, Atene, Accademia nuova. Sotto: Giovanni Pisano, Platone (particolare), 1280 circa, marmo, Siena, Duomo.

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