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Elementi decorativi nella Turbinenfabrik AEG di Berlino / Fabio De Marco

Vi sono casi in cui il linguaggio classico della decorazione si spinge fin dentro l’architettura e il design del secolo XX. Persino in alcuni capolavori del razionalismo architettonico, colto nelle sua primissime manifestazioni, prendono corpo, più di quanto non appaia a prima vista, forme e ritmi che si radicano negli archetipi già presenti nelle antiche civiltà europee e mediterranee.

Ne è un esempio la fabbrica di turbine AEG, costruita a Berlino nel 1908-09 su progetto dell’architetto e designer Peter Behrens (Amburgo 1868-Berlino 1940) [1]. A questo proposito va subito ricordato che, privo com’era di una specifica preparazione ingegneristica e tecnologica, Behrens, che nel 1907 era divenuto consulente artistico della AEG, azienda leader nel mercato tedesco per la produzione di apparecchiature elettriche, curò la progettazione del complesso edilizio non da solo, ma avvalendosi dell’aiuto dell’ingenere Karl Bernhardt (Goldberg 1859-1937).

Questa prassi collaborativa, che aveva già illustri precedenti e stava rapidamente consolidandosi, la dice lunga su come le competenze artistico-estetiche dialogassero sempre più strettamente con quelle tecnico-esecutive. Era sempre più raro, infatti, che una sola figura riuscisse ad assolvere a tutte le mansioni implicite nella progettazione di una struttura di grandi dimensioni, con tutti gli apparati tecnologici funzionanti al suo interno.

Ubicato nel quartiere Moabit, all’angolo tra la Huttenstrasse e la Berlichingerstrasse, in un lotto che AEG aveva acquisito da UEG, un’altra compagnia elettrica che vi era precedentemente insediata, lo stabilimento principale del complesso firmato da Behrens e Bernhardt, venne subito percepito come il campione di una moderna estetica industriale [2].

La generazione di progettisti che stava allora affacciandosi sul panorama europeo – da Gropius a Van der Rohe a Le Corbusier – mutuò da questo edificio una serie di spunti, che, sull’onda dell’internazionalismo razionalista e funzionalista, si sarebbero poi diffusi a macchia d’olio, in forme semplificate e banalizzate, in tutto il mondo. Lo snodo essenziale della vicenda stilistica che inizia con la Turbinenfabrik si colloca, cronologicamente parlando, appena dieci anni dopo la sua costruzione, in un’altra città tedesca. È infatti a Weimar che nel 1919, conclusa la prima guerra mondiale, nasce, su impulso di Walter Gropius che ne sarà il primo e più importante direttore, il Bauhaus, ovvero la più influente scuola d’arte, architettura e design del secolo XX.

L’edificio di cui questo articolo si occupa ha i connotati di un’architettura prettamente funzionale, caratterizzata com’è dalla compresenza di cemento armato, pareti in mattoni ed ampie zone vetrate. Queste sono localizzate nella copertura e su tre lati (il quarto è coperto da uno stabile minore destinato a deposito e logistica), così da garantire un’abbondante afflusso di luce solare, in una sorta di ideale continuità tra l’interno e l’esterno della fabbrica. La filosofia costruttiva discende dall’idea di procedere per sottrazione, effettuando una severa revisione di tutti gli elementi ornamentali (capitelli, scanalature, modanature) che, anche nella civiltà industriale della ghisa, del ferro e del vetro, comunque sopravvivevano, in continuità con la tradizione antica e medievale.

Ma se il repertorio ornatistico risulta drasticamente ridotto, non per questo l’esigenza di decoro – cioè di ordine, equilibrio, simmetria e rispondenza delle parti, attraverso un’organizzazione visiva che dà all’immobile senso e compiutezza, tenuto conto della sua destinazione pratica – viene meno. Analogamente a molti edifici industriali e civili costruiti nei decenni precedenti, richiamandosi agli archetipi formali del passato (dal tempio alla basilica alla villa al palazzo di città), anche la fabbrica di turbine AEG si configura, come gli osservatori subito rilevarono, come una moderna riedizione del tempio greco. L’edificio è infatti sormontato da un timpano e, sui lati lunghi, scandito dalla successione regolare dei pilastri metallici. In tal modo, esso si qualifica come un organismo in cui tutto – pieni e vuoti, colonne e trabeazioni, spigoli e bordure – risponde ad una logica compositiva integrata ed unitaria.

Tra le altre cose, spiccano, nel volume architettonico della Turbinenfabrik, alcuni particolari motivi che sono, a tutti gli effetti, vere e proprie invenzioni ornatistiche. Vediamo allora di approfondire due di queste invenzioni, osservabili all’esterno dell’edificio.

La prima delle due invenzioni – che Behrens attua, per così dire, in scala “macro” – attraversa in altezza tutta la facciata della fabbrica, funzionando come una sorta di gigantesco ideogramma aggiunto al vero e proprio logo AEG, esso pure disegnato da Behrens, che campeggia in alto al centro, racchiuso in una cornice esagonale. Osservando il fronte dello stabilimento, si può infatti notare come l’insieme della grande vetrata rettagolare e del timpano sovrastante (di forma poligonale anziché triangolare per rispecchiare l’andamento della copertura, in cui i carriponte avevano il proprio spazio di manovra) richiamino la forma di una vite a testa semisferica. La vite metallica è l’elemento costruttivo universalmente più diffuso ed emblematico dell’industria meccanica nel momento del suo massimo apogeo. Conficcata in verticale, essa conferisce solidità e stabilità visive all’edificio AEG, ancorandolo idealmente al terreno. La sagoma della vite si profila in facciata grazie ad un effetto di rilievo, dato dal dislivello rispetto ai due blocchi murari angolari.

La seconda delle due invenzioni ornatistiche – adattata invece ad una scala “micro”, ripetibile in serie – si può osservare sul lato lungo recante la sequenza di vetrate. La trama dei pilastri metallici verniciati in verde e posizionati ad intervalli regolari, come un esoscheletro che avvolge e sostiene il corpo architettonico, stabilisce un ritmo costante. La perpendicolarità dei pilastri e l’inclinazione delle vetrate producono un effetto combinato di rastrematura verso l’alto, che alleggerisce visivamente l’edificio. Ma la nota fondamentale in questo senso risuona nella parte più vicina al suolo, da dove i pilastri sorgono per arrivare fino al tetto. Ebbene, il basamento dei pilastri metallici reca un particolare motivo strutturale, in cui Behrens sintetizza una certa estetica, propria della componentistica metallica per l’edilizia (putrelle, traverse) così come esce dall’acciaieria. Si tratta di una terminazione curvilinea, caratterizzata da tre nervature tagliate a settore circolare e raddoppiata specularmente, con un leggero slittamento verso l’interno, a comporre un motivo a cerniera o a tenaglia. Ne nasce uno stacco deciso rispetto ai sottostanti plinti in cemento armato. Ma soprattutto se visto frontalmente, il motivo a cerniera, con l’alternanza dei profili illuminati e degli interstizi in ombra, denuncia più di una reminiscenza storica.

In particolare la memoria corre al triglifo, cioè all’elemento quadrangolare, scanalato, che nell’antico ordine dorico si alterna alle metope, ma che dal rinascimento in poi verrà utilizzato in svariati contesti parietali, anche ad altezze intermedie e come elemento ritmico a sé stante. Oppure si potrebbe pensare ad una struttura a mensola, come quelle che nell’architettura storica si vedono abbinate a davanzali, balconi ed architravi. In entrambe queste suggestioni storiche è presente l’intento fondamentale che è alla base del motivo a cerniera elaborato da Behrens: alleggerire l’impatto visivo della parte inferiore dell’edificio, comunicando sì la funzione propria della base d’appoggio, ma rendendola invisibile, perché occultata all’interno del paramento murario. Lì, fuori dalla portata dello sguardo, il peso di ciascun pilastro si scarica sul plinto sottostante, la cui massa a forma di parallelepipedo sporge all’esterno, sulla sede stradale.

Concludiamo accennando ai destini più recenti della Turbinenfabrik: nel 1956 essa venne sottoposta a tutela in quanto monumento storico, finché, nel 1978, non fu completamente restaurata. Oggi l’edificio è di proprietà di un’altra azienda del settore elettromeccanico ed elettronico, Siemens, che vi mantiene in attività un proprio reparto produttivo.

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[1] Sulla vita e l’opera di Behrens: S. Anderson, Peter Behrens, Milano, Electa, 2002; A. Moro, Peter Behrens. La ricerca della bellezza, Padova, Il Poligrafo, 2010.

[2] Queste le misure originali della Turbinenfabrik: larghezza m. 25,6 + 12,5; altezza m. 25; profondità m. 123.

Sopra: Peter Behrens con la collaborazione di Karl Bernhardt, Turbinenfabrik, 1909, Berlino, particolare di una fiancata (www.archiuniorchiarabenvenuti.com); l’interno della Turbinenfabrik in una foto di Arnold Vogt, 1910 circa (Wikimedia Commons); Turbinenfabrik: facciata (foto Doris Antony, Wikimedia Commons), facciata e corpo di fabbrica degli uffici (foto Felix Müller, Wikimedia Commons), particolare di un basamento esterno (www.shutterstock.com). Sotto: targa commemorativa affissa sulla facciata della Turbinenfabrik (foto Crischerf, Wikimedia Commons).

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