di Enrico Maria Davoli
La mostra Carlo Maria Mariani. L'eternità della pittura, a cura di Eike Schmidt e Clayton Calvert, è aperta dal 9 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027 a Palazzo Citterio, Milano. Il catalogo, con testi di Clayton Calvert, Laura Cherubini, Angelo Crespi, Roberta Minnucci, Francesca Sborgi, Eike Schmidt, Vittorio Sgarbi, Sara Taglialapietra, è edito da Mœbius, Milano.
Questa antologica milanese di Carlo Maria Mariani (1931-2021) segue quelle, meno ambiziose, tenutesi due anni fa a Firenze, Palazzo Pitti, e nei mesi scorsi a Napoli, Museo di Capodimonte. Essa ripercorre, attraverso una settantina di opere, tutta la carriera dell’artista. O meglio, quasi tutta, dato che Mariani non fu solo pittore di soggetti profani ma, in gioventù, si guadagnò da vivere anche nel campo dell’arte sacra, come autore di pale d’altare e di affreschi, cioè decoratore nell’accezione più classica del termine. Un capitolo, quello dell’arte sacra, su cui egli stesso taceva, ma che non sfigurerebbe come preambolo alla sua produzione ufficiale.
Coi suoi dipinti sempre ironicamente in bilico tra mito e storia, umanesimo rinascimentale-moderno e nichilismo contemporaneo, intorno al 1980 Mariani venne accreditato del ruolo di nume tutelare di correnti quali Anacronismo, Pittura Colta, Ipermanierismo. Ma al di là dell’influenza esercitata su una folla di artisti molto più giovani di lui, resta il fatto che, quando la fama internazionale cominciò ad arridergli, egli aveva già alle spalle una lunga carriera. Sin dagli anni ’60 infatti, quando nessuno parlava ancora di revivalismo, di memoria, di ritorno al mestiere, Mariani percorreva quella strada, e per farlo gli bastava restare fedele a quello che era per lui il medium per eccellenza: la pittura.
C’è anche da dire – e questa mostra lo evidenzia a dovere – che gli egocentrismi e i narcisismi propri del postmoderno in arte, entrano ben poco nella poetica di Mariani. Il suo è un linguaggio aulico, in cui tutto, dal repertorio tematico alle trame più minute della matita e del pennello, risponde a una visione atemporale, che dall’arte pompeiana giunge a Raffaello, Mengs e David, per poi andare a confrontarsi con esponenti delle neoavanguardie che nel frattempo hanno rinunciato alla pittura, come Giulio Paolini e Claudio Parmiggiani. Lo stile di Mariani è, nella sua classica impersonalità, archetipico, capace di suscitare uno stupore profondo. Il citazionismo non è in lui un programma ma un abito mentale simile a quello che animava i maestri del passato, per i quali il confronto con la tradizione era insito nell’essere artisti. Così, l’umorismo con cui Mariani cita lo Scolabottiglie di Duchamp e altri luoghi comuni avanguardistici nasce dal fatto che, una volta riportati dentro la pittura, anche questi dispositivi, sulla carta intrattabili, vengono rimessi in gioco, in un dialogo a distanza che riflette una concezione storica non progressiva ma circolare.
Consapevole di ciò, Mariani ha potuto permettersi dei voli pindarici a cui l’arte del secondo ‘900, con la sua vocazione all’azzeramento, si era ormai disabituata. Ad esempio, autoritrarsi a figura intera, sdraiato sul pavimento accando alla lastra consunta di un sepolcro medievale, come per far passare anche su di sé quei secoli, quell’andirivieni di visitatori. Oppure, togliersi lo sfizio di ridipingere un quadro perduto di Jacques-Louis David, La morte di Lepelletier de Saint-Fargeau, così come aveva fatto a suo tempo Botticelli con La calunnia del pittore greco Apelle. O ancora, da ottimo critico d’arte, cogliere l’assonanza tra l’allegoria femminile della Sorgente di Ingres e una figura delle Demoiselles d’Avignon di Picasso, abbinandole nello stesso quadro. Questa mostra è una collezione di rebus, illuminazioni, rimandi e paradossi, che fanno di Mariani un protagonista inimitabile delle arti figurative al passaggio tra XX e XXI secolo.
Homepage: Carlo Maria Mariani, Non trasferibile (particolare), 1993, olio su tela, cm. 44 x 41 (© SIAE).
Sotto: Carlo Maria Mariani, Il pittore mancino, 1982, olio su tela, cm. 203 x 175 (photo credits Enrico Maria Davoli).



