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Pubblico e privato

Sempre più spesso, nella civiltà dei media interattivi e portatili, le dimensioni del “pubblico” e del “privato” s’intrecciano e collidono. Il panorama delle arti non fa eccezione: manca un dibattito serio, il dovuto rigore nel far corrispondere le parole alle cose. Se ne gioverebbero tutti quei contesti urbani che quotidianamente vengono chiamati ad ospitare i manufatti di una Public Art che di pubblico ha, in realtà, solo la collocazione, come quando si parcheggia l’automobile in strada anziché in garage.

Gli innumerevoli dipinti, sculture e conglomerati vari, ora temporanei, ora permanenti, ora temporanei salvo diventare poi permanenti, che passano per Public Art, sono quasi sempre la versione, semplicemente aumentata di scala, di immagini già confezionate in precedenza sotto uno statuto privatistico. Lo statuto, cioè, dell’artista che crea in funzione di un non meglio specificato “pubblico” per renderlo edotto sulla propria personale visione del mondo, ma che non ha né la volontà né gli strumenti per trascendere tale visione, rimodellandola in funzione della comunità civile. Che è poi il solo vero pubblico a cui una Public Art degna di questo nome possa rivolgersi.

Uno slogan sessantottino recitava che “il privato è politico”. Ossia, in buona sostanza, che il giudizio non cambia se, ciò che si fa, lo si fa in piazza o in casa propria. Non c’è niente di più falso di questa massima sedicente rivoluzionaria. È a questa visione nostalgica, che fa di ogni erba un fascio e demanda non si sa bene a chi ogni responsabilità civile, che la Public Art della fantasia al potere ritorna sempre. Ma il luogo del conflitto non coincide quasi mai – e tanto più in arte – con quello della sua risoluzione.

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In alto: refuso stradale (www.brindisisettenews. it, sabato 3 settembre 2016).

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