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Libri / Roberta Reali, I taccuini di Giovanni e Vittorio Biasin / Marco Lazzarato

Giovanni Biasin (Venezia 1834 – Rovigo 1912) e il figlio Vittorio (Venezia 1860 – Rovigo 1926) furono entrambi decoratori operanti a Rovigo, dove realizzarono sia importanti decorazioni nei palazzi cittadini, sia opere da cavalletto a soggetto naturalistico e politico, con particolare attenzione ai temi risorgimentali. Una recente pubblicazione ha focalizzato l’attenzione su un aspetto particolare della loro opera, cioè i taccuini, una decina in tutto, ricolmi di appunti, schizzi a penna e disegni acquerellati. Si tratta della monografia a firma di Roberta Reali, Giovanni e Vittorio Biasin. I taccuini, Rovigo, Accademia dei Concordi editore, 2015.

Il libro è eccellente: il contenuto dei taccuini viene meticolosamente catalogato dalla curatrice, che pazientemente identifica, dove possibile, i riferimenti iconografici e topografici dei disegni dei Biasin. A completamento di tale attento lavoro il volume comprende, cosa per fortuna sempre più frequente nelle pubblicazioni scientifiche di questo livello, un CD-ROM con le riproduzioni complete dei dieci taccuini. Da ricordare che, essendo edito dall’Accademia dei Concordi col contributo della Fondazione Banca del Monte, il volume non è in libera vendita, e questo è forse un limite, ma può essere inviato gratuitamente agli Istituti e ai ricercatori che ne fanno richiesta.

Detto del libro, resta da dire del suo contenuto. I taccuini contengono disegni ed appunti di vario tenore: dai paesaggi e scorci pittoreschi abilmente acquerellati, ai rapidi schizzi a penna di scene di vita quotidiana, dagli appunti riproducenti ornati presenti in oggetti e monumenti, alle idee per nuovi ornati messe a punto dagli stessi Biasin. Chi come noi si occupa di decorazione e di decoratori non può fare a meno di notare il perfetto parallelismo coi taccuini di Antonio Basoli (1774-1848), decoratore e ornatista bolognese, professore di Ornato nella riformata Accademia di Belle Arti di Bologna, tra l’età napoleonica e la restaurazione. Pur se antecedente di vari decenni ed operante in una diversa area geografica, Basoli redigeva infatti i propri taccuini con modalità e scelte tematiche sostanzialmente identiche a quelle dei Biasin, a testimonianza di una prassi ben consolidata fra i decoratori.

Trovandosi alle prese con questi documenti, in genere gli studiosi si accontentano di darne una lettura basata su valori squisitamente pittorici, di stampo veteroidealista, finendo per interpretarli ora come curiose annotazioni di folklore locale, ora come soggetti di genere, in ogni caso assai meno interessanti rispetto alla pittura tout court. Finalmente, grazie al lavoro della Reali, questo materiale giunto miracolosamente integro fino a noi, viene analizzato dal corretto punto di vista: quello della decorazione. Cosa sono quindi i taccuini di Giovanni e Vittorio Biasin? Semplice: essi sono “repertorio”.

Secondo la definizione che già più volte ne abbiamo dato, l’ornato – inteso come l’insieme dei motivi dati dalla tradizione – è “materia” della decorazione, ossia l’arte deputata all’invenzione della forma destinata a conferire decoro ad uno specifico manufatto. Proprio in quanto tale, l’ornato non può essere oggetto di trasmissione e di apprendimento, se non tramite un repertorio. Ma cos’è più precisamente un repertorio? Un’analogia tipicamente moderna potrebbe essere quella col musicista di piano bar, il quale non suona tutto ciò che gli viene richiesto, ma solo le canzoni presenti nel proprio repertorio. Ugualmente, nelle sue invenzioni, il decoratore non fa uso di qualunque tipo di ornato, ma solo di quelli che sono presenti nel suo repertorio. Ora, se il repertorio è per il pianista la cartella degli spartiti, quale forma avrà per il decoratore? Quella dei taccuini, appunto.

Nel campo delle arti visive, di cui la decorazione è parte, una cosa è la comprensione del modello reale (ad esempio, un girale romano a bassorilievo), altra cosa è la riproposizione di questo stesso modello in un lavoro eseguito ex novo. L’una non implica l’altra. Si può inserire un modello storico in un’opera nuova, solo se lo si è disegnato. Contrariamente a quanto si crede, la riproduzione fotografica o il “copia-incolla” da internet non consentono quella comprensione che è invece connaturata all’atto del disegnare, ed ecco perché tali immagini meccaniche non bastano a “fare repertorio”. Un decoratore è in grado di riproporre un girale romano solo se lo ha fatto veramente proprio, e tale comprensione avviene attraverso il disegno: questo e solo questo può diventare “repertorio”. Tuttavia, la complessità dei temi richiesti alla decorazione classica è tale da richiedere non solo un repertorio di motivi ornatistici, ma anche altri repertori, comprensivi di scene di genere, paesaggi, scorci pittoreschi, monumenti, eccetera.

Di qui la varietà dei soggetti presenti nei taccuini dei decoratori: taccuini che, al di là della prima impressione, sono sostanzialmente diversi da quelli dei pittori. Si pensi, per fare un esempio, ai disegni del Guardi o del Canaletto nei quali la veduta veneziana, seppur velocemente tratteggiata, viene ben inquadrata e sono indicati con sigle i colori da usare. Agli occhi del pittore, lo schizzo è già un potenziale quadro: il disegno eseguito sul campo, anche se sommario, è già risolutivo dell’opera ancora in gestazione. Per il decoratore, la questione si pone in termini completamente diversi: lo schizzo di repertorio è solo uno spunto, un codice genetico, un mattone da usare in varie costruzioni successive. Ben difficilmente il girale romano, una volta acquisito a repertorio, verrà riproposto tale e quale. Il disegno di repertorio fornisce solo il meccanismo, il modello archetipico su cui sviluppare le nuove proposte, le quali saranno soggette, sulla base delle necessità imposte dall’opera da realizzare, ad un ampio margine di reinterpretazione. Proprio per questo, dove nei pittori vi è corrispondenza fra i disegni dei taccuini e le opere realizzate, nei decoratori vi è semmai discrepanza.

Questo discorso ha anche una sua validità più generale, laddove le invenzioni compositive, gli studi anatomici, le annotazioni antropologiche da parte dei pittori o degli scultori, vanno comunque a costituire un archivio di immagini preesistenti: un repertorio appunto. Accade però che, mentre i disegni di Michelangelo o Tiepolo hanno comunque una corrispondenza con le opere conclusive, perché ne seguono la stessa linea “poetica”, in quelli di Basoli o dei Biasin questa automatica consequenzialità, almeno in apparenza, non sussiste. Di qui l’equivoco sorto intorno all’interpretazione critica di questo tipo di lavori. Se, per i motivi appena ricordati, un disegno di Michelangelo ha tutte le carte in regola per essere considerato opera del maestro, all’opposto un acquerello di Basoli o di Biasin raffigurante una tomba etrusca o uno scorcio cittadino, non avendo un immediato corrispettivo nella loro opera, potrà essere tutt’al più interpretato come virtuosa illustrazione vedutistica o come gustoso disegno di genere.

Concludendo, si può affermare che il repertorio, inteso come sistema dato a priori di disegni “modello”, è essenziale per qualunque artista. Ma mentre per un pittore o uno scultore tali disegni rispondono sempre ad uno o più soggetti finali e, per loro tramite, alla personale “poetica” dell’artista, per un decoratore, invece, essi configurano e rappresentano temi anche molto diversi. La logica cui obbedisce il decoratore è quella dell’archivio, ossia della schedatura, della raccolta di dati e informazioni, registrate e catalogate secondo un ordine che ne consenta poi una successiva consultazione. Alla luce di tutto ciò, dobbiamo ribadire il principio secondo il quale ciò che è pertinente alla decorazione deve essere valutato e giudicato coi criteri che le sono propri, e non attraverso parametri desunti dalle altre arti: quegli stessi che hanno fin qui generato clamorosi equivoci interpretativi.

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Sopra: Giovanni Biasin, Diorama di Venezia (particolare), 1887, tempera, lunghezza totale m. 23, Rovigo, Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi; Giovanni Biasin, Marina, disegno preparatorio per gli ornati di Palazzo Rossi a Badia Polesine (foto Sergio Raimondi); cartolina raffigurante le perdute decorazioni realizzate nel 1874 da Giovanni Biasin per il salone di Palazzo Campo a San Francesco, oggi sede del Liceo Clelio Roccati di Rovigo, Rovigo, Collezione Andriotto.  Sotto: Giovanni Biasin, Impressione da un quadro di Di Chirico, 1878 circa, album G dei taccuni, Rovigo, collezione eredi Luigi Stocco.

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