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Il costo del lavoro / Marco Lazzarato

Oggi, al passaggio di testimone tra il secondo e il terzo millennio e, dunque, all’appuntamento con una resa dei conti epocale, il tema della contrattualità, cioè dei compensi che il mercato del lavoro riconosce alle diverse categorie produttive, richiede un ragionamento approfondito e non banale. Innanzitutto: perché l’industria produce oggetti tendenzialmente “lisci”? Certo non per scelta estetica, ma perché ciò consente una standardizzazione delle procedure funzionale alla divisione del lavoro e, di conseguenza, la produzione simultanea di più esemplari dello stesso oggetto. L’intagliatore cinese di cui parla Loos, invece, fa tutto da sé e, visto che ogni fase di lavorazione è per lui un atto unico e irripetibile, l’ornato finisce con l’essere la naturale transizione tra operazioni manuali di taglio e assemblaggio di uno stesso oggetto. Si pensi per esempio al lavoro dei tagliapietre, dove l’esecuzione della modanatura è implicita nel lavoro di rifinitura dopo la posa in opera.

Il modo di produzione industriale riunisce tanti operai sotto lo stesso tetto; quello artigianale si svolge in solitudine o a ranghi molto ridotti. Ciò spiega perché l’orario giornaliero dell’artigiano sia mediamente più elevato di quello dell’operaio. Il potere contrattuale del lavoratore industriale è forte in ragione della massa imponente di persone inquadrate in quella categoria, ma è pressoché nullo se lo si commisura al singolo individuo: chiunque può lavorare alla catena di montaggio, chiunque può sostituirlo. Al contrario, chi desidera un mobile intagliato in un certo modo deve recarsi in Cina, proprio da quell’intagliatore e non da un altro. Il potere contrattuale personale di quell’intagliatore, quindi, è enorme, anche se a livello numerico il suo peso è pressoché nullo. Questa opposizione è oggi drammaticamente evidente, se solo la si proietta su uno sfondo – quello dell’economia globalizzata – che vede messa in discussione la sopravvivenza di interi comparti produttivi occidentali.

Se nel ‘400 uno Stato italiano avesse voluto fare concorrenza all’Arte della Lana di Firenze, oltre ad impadronirsi dei vari segreti di bottega avrebbe dovuto procurarsi maestri tessitori in quantità adeguata, e anche in quel caso la partita sarebbe stata tutta da giocare, perché gli standard qualitativi degli artisti tessitori fiorentini erano difficilmente avvicinabili. Se oggi un’economia straniera vuole mettere in crisi il settore tessile italiano, le è sufficiente abbattere gli stipendi dei suoi operai per invadere il mercato con camicie lisce a prezzi bassissimi. Sul liscio – cioè sullo standardizzato – non c’è qualità che tenga: tutta la guerra si fa sul prezzo, col risultato che in Italia il settore tessile è praticamente scomparso.

All’estremo opposto si colloca il caso dell’intagliatore. L’abilità dell’artefice e l’alto numero di ore occorrenti per eseguire un manufatto fanno la differenza sul piano qualitativo, e pongono degli argini naturali alla concorrenza. Ammettiamo pure che questa riesca ad abbattere significativamente il costo del lavoro: il numero di pezzi prodotti resterà comunque limitato, mentre la qualità, per contro, registrerà un vistoso abbassamento. Oggi, in Italia, chi lavora come l’intagliatore cinese di Loos non ha problemi di mercato, mentre le industrie che operano sulla standardizzazione invece sì, e molto seri. A fronte degli investimenti compiuti per automatizzare le linee di produzione e dei magazzini pieni di invenduto, il problema dello spreco di capitale resta più che mai attuale. Ma richiede di essere affrontato da un’angolazione opposta rispetto a quella prescritta da Loos.

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In alto e sotto: lavoratori in miniatura alle prese con cavi LAN (it.freepik.com).

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