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Artigianato e industria / Marco Lazzarato

Esaurito il proprio preambolo con un ineffabile “…a me piace così”, Loos entra finalmente nel vivo della questione: l’analisi dell’ornamento dal punto di vista economico. Forte delle premesse evoluzionistiche già enunciate, egli deduce che l’ornamento è un crimine non solo contro l’umanità, ma anche e soprattutto contro l’economia. Qui il modo di ragionare di Loos prende ancora una volta le sembianze di un sillogismo retorico (in greco entimema: ossia un sillogismo incompleto, di cui l’oratore omette una parte facendo credere al pubblico che si tratti di cosa universalmente nota e indiscussa). Il Nostro dà cioè per certo che, se la società occidentale si situa all’apice dell’evoluzione umana in quanto società industrializzata, allora i prodotti industriali – i laminati e i trafilati – non possono che essere il corrispettivo estetico dell’evoluzione stessa, allo stadio più alto mai raggiunto. Sulla scorta di queste convinzioni, la conclusione di Loos giunge scontata: rispetto ai laminati e ai trafilati, l’ornamento non è che uno spreco di tempo, denaro e materiali, ed è perciò un delitto contro l’economia del paese (quella industriale naturalmente).

Vediamo così esplicitarsi, passo dopo passo, il dogma modernista destinato a condizionare tutto il secolo XX. L’assioma di partenza è quello secondo il quale “tutti si arricchiranno”. Abbracciando il modello industriale, l’uomo novecentesco risparmia tempo e denaro, e quindi si arricchisce. E si arricchisce anche perché riesce a soddisfare i propri bisogni impiegando un capitale inferiore. Esempio: il piatto bianco costa meno di quello ornato. Perché l’industria si impone e diventa il modello socioculturale vincente? Perché, rispondendo all’atavica penuria di accessori per la vita quotidiana, sa fornire una messe infinita di suppellettili e oggetti d’uso ad un prezzo modico e, spesso, di qualità superiore. Nessuno oggi userebbe più una pesante e fragile insalatiera in terracotta al posto di quelle in plastica, leggere e infrangibili. La redenzione dell’umanità attraverso il soddisfacimento dei bisogni è dunque la chiave di volta del successo dell’industria moderna, e ciò sembrerebbe convalidare senza alcun ragionevole margine di dubbio il punto di vista di Loos.

Ma per collocare il problema nella giusta prospettiva storica, dobbiamo anticipare alcuni temi che verranno poi ripresi più avanti. Va detto innanzitutto che quelle enunciate da Loos sono le (radiose) premesse di un sistema che, oggi, non riesce più a garantire che “tutti si arricchiranno”. E ciò avviene proprio a causa dei prodotti a basso costo, di produzione asiatica e in particolare cinese, che stanno uccidendo l’economia occidentale. Oltretutto, tale basso costo nasce da uno sfruttamento spregiudicato, addirittura schiavistico della mano d’opera, tale per cui neanche in Cina “tutti si arricchiranno”. Nella sua confusa visione darwinista-social-capitalista, Loos cucina un indigesto polpettone fatto con gli avanzi del giorno prima. La questione, però, è indubbiamente complessa, e quindi è necessario ordinarne le catene logiche prima di trarre a nostra volta delle conclusioni.

La Carnegie Steel Company di Youngstown, Ohio, in una fotografia panoramica del 1910.

Il punto di partenza è noto: se il tessuto della camicia che indosso è prodotto con un telaio a mano e la confezione è sartoriale, il suo costo-lavoro (ossia il tempo occorrente per produrre il tutto) sarà necessariamente elevato e questo si rifletterà sul prezzo d’acquisto. Dato che la camicia è un genere di prima necessità, è facile supporre che se tutto il costo-lavoro fosse riconosciuto nel prezzo d’acquisto, tale prezzo sarebbe esorbitante per la maggior parte delle persone. Ne consegue che tessitrice e sarto, nei prodotti a largo consumo, sono costretti a lavorare ad un costo orario molto basso, perché il prezzo che il cliente tipo può pagare non copre tutto il loro costo-lavoro. Se il telaio diventa meccanico e la confezione segue le regole della divisione del lavoro, come Adam Smith teorizzava nel trattato La ricchezza delle nazioni (1776), nello stesso tempo in cui una tessitrice ed un sarto producono una camicia, una moderna manifattura ne produce – poniamo – cento, che escono sul mercato ad un prezzo equivalente a un centesimo di quello della camicia artigianale. Ne consegue che tutti si possono permettere una camicia, la quale, proprio grazie al basso costo di produzione, consente all’industria un ampio ricarico in percentuale ed un corrispondente guadagno.

Questo è il punto di forza del processo industriale: prodotti di qualità garantita dalla ripetitività delle lavorazioni e, grazie alla produzione seriale, basso costo di produzione e basso prezzo di vendita. La produzione seriale, però, è possibile solo standardizzando le procedure, ragion per cui il pizzo per il colletto o il ricamo per il taschino non potevano entrare nel sistema industriale (diciamo non potevano perché, con la rivoluzione informatica, questo è oggi possibile). Di qui il dover fare di necessità virtù: dato che la camicia liscia tutti se la possono permettere, alla fine tutti la giudicheranno anche bella. Però il minor tempo di lavoro occorrente per produrre la camicia liscia – e qui sta l’equivoco di Loos – non implica né un aumento del salario dell’operaio né una riduzione del suo orario di lavoro. L’operaio lavora sempre dieci ore al giorno come il decoratore e percepisce comunque, a tutto vantaggio del datore di lavoro, il salario più basso possibile. A cosa si devono allora gli orari minori e i salari più alti nell’industria? Da un lato, l’industria gode di un enorme flusso finanziario dovuto ai grandi numeri della sua produzione; dall’altro, il potere contrattuale delle masse operaie può incidere su quantità di fatturato enormi, fuori dalla portata dell’impresa artigiana. Oltretutto l’organizzazione operaia è facilitata dal fatto che, mentre nell’industria migliaia di addetti operano tutti insieme e nelle stesse condizioni, la parcellizzazione delle attività artigianali rende difficile radunare grandi masse di persone con situazioni lavorative diverse da caso a caso.

Le gilde e le corporazioni hanno effettivamente avuto un potere contrattuale diverso – qualitativamente e quantitativamente – dai sindacati operai, e tale potere era commisurato proprio alla loro diversa capacità di mobilitare le folle. Questo è risaputo oggi come cento anni fa, agli albori del secolo XX, quando il fantasma del Comunismo – per dirla con Marx ed Engels – si aggirava già da un pezzo per l’Europa. L’errore di Loos è evidente: la presenza o meno dell’ornamento su un oggetto non influisce affatto su salario e orario di lavoro di chi lo produce. Salario e orario di lavoro dipendono invece dal diverso potere organizzativo e contrattuale di chi lavora nell’industria, nei confronti della manodopera artigiana. È da notare, peraltro, che la stessa mistificatoria tesi avanzata da Loos è stata ripetutamente rilanciata – sempre con la promessa di un minor carico di lavoro e di maggior tempo libero per gli addetti – ogniqualvolta si sono dovute applicare ai processi industriali innovazioni tecniche utili ad aumentare la produzione. Alcuni decenni fa, ad esempio, si iniziò ad evocarla per introdurre forme di automazione e robotizzazione inizialmente marginali, poi sempre più generalizzate. Col prevedibile effetto di far scomparire intere categorie lavorative, come è accaduto per esempio con l’informatizzazione nell’industria grafica.

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In alto: Carta intestata di una ditta ottocentesca di imbiancature e verniciature (www.storiatifernate.it). Sotto: Il villaggio industriale di Crespi d’Adda fotografato nel 1906.

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