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Riccardo Manzini-Anna Tozzi Di Marco, Un sarcofago egizio per Giuseppe Parvis

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Questo interessante volumetto, scritto da due ricercatori torinesi e pubblicato da una casa editrice specializzata in egittologia, rievoca la vita e l’opera del mobiliere italiano, lungamente attivo al Cairo, Giuseppe Parvis (1831-1909). Ma la visuale si allarga anche ai rapporti Italia-Egitto, e alla fiorente comunità italoegiziana nel cui contesto si svolse l’attività artistica e imprenditoriale di Parvis. Formatosi come scultore ed ebanista, frequentando l’Accademia Albertina di Torino e soggiornando a Parigi, nel 1859 Giuseppe Parvis emigrò al Cairo. Qui risiedette per quarant’anni, impiantandovi l’azienda mobiliera “Giuseppe Parvis”. Il successo commerciale fu vistoso: il khedivato egiziano e diverse case regnanti europee scelsero Parvis come fornitore ufficiale; le esposizioni universali di Parigi (1867, 1878), Vienna (1873), Philadelphia (1876) gli diedero fama internazionale; la famiglia reale italiana lo insignì di numerosi riconoscimenti. Attrezzata al Cairo con 8 macchine modernissime e 28 operai, la “Giuseppe Parvis” arrivò ad impiegare un numero molto più alto di dipendenti. Nel 1900, mentre i figli assumevano la direzione dell’azienda, il fondatore rientrò a Torino e vi trascorse gli ultimi anni di vita. Fu sepolto nel locale cimitero monumentale, in un antico sarcofago donatogli dal khedivé Isma’il. Di qui il titolo, dal sapore romanzesco, del libro.

La peculiarità del lavoro di progettista di Parvis fu quella di aver saputo elaborare uno stile dal grande fascino, spendibile tanto in Egitto, dove il mobile moderno all’occidentale non aveva ancora fatto breccia, quanto in Europa e Stati Uniti, dove eclettismo ed orientalismo erano all’apice della loro fortuna commerciale. Lo “stile Parvis” – così venne ben presto etichettato ed apprezzato ovunque – riusciva insomma a fondere le moderne soluzioni dell’arredo borghese, con una vasta gamma di spunti legati alla tradizione del paese adottivo. Il repertorio ornatistico dei mobili Parvis ci parla di un Egitto non più solo immaginato, ma anche studiato in situ, con attenzione sia per il versante antico, improntato alla civiltà dei faraoni, sia per quello medievale-moderno, islamizzato. Allo scopo, Parvis ottenne il permesso di visitare moschee, edifici religiosi e tombe fino ad allora inaccessibili agli occidentali, traendone osservazioni di prima mano.

Gli autori hanno concepito il libro da egittologi e non da esperti di storia della decorazione e del mobile, competenze loro estranee. Ma le notizie da loro raccolte sono molto interessanti anche in tal senso. Nell’epoca del decollo del disegno industriale (la famosissima sedia Thonet numero 14 è del 1859), Parvis è un protagonista della prima industrializzazione di un paese conteso dalle principali potenze europee. Un paese, l’Egitto, frequentatissimo dalla cultura italiana (basti pensare all’Aida di Verdi, composta per il teatro dell’opera del Cairo), e partecipe del clima internazionale della Belle Époque. Lo stile neofaraonico e neomoresco dei mobili di Parvis è una spia eloquente di come, da sempre, ricerca decorativa e parametri progettuali cooperino e si rafforzino a vicenda. La vicenda di questo artista-artigiano ingiustamente dimenticato – come tanti altri, si può presumere – dimostra quanto sia erronea la pretesa, tipica di molta storiografia delle arti minori e del design, di separare la storia dell’industria moderna dagli apporti della cultura decorativa.

Il libro: Riccardo Manzini, Anna Tozzi di Marco, Un sarcofago egizio per Giuseppe Parvis, Kemet, Trofarello 2015, pp. 135, euro 13.

In alto: placchetta metallica con marchio dell'azienda Parvis-il Cairo, montata su bauletto in stile egizio, 1875 (www.invaluable.com). Sotto: la copertina del libro.

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