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Libri / Xavier de Yarcy, Le Corbusier, un fascisme français

C’è revisionismo e revisionismo. Quello che degenera in negazionismo, in riscrittura fraudolenta della storia, è spesso volgare ed offensivo. È invece utile ed auspicabile quello che serve a riequilibrare il giudizio storico, mettendo sul piatto della bilancia elementi prima sconosciuti o trascurati. Rientra in questa seconda categoria il libro di Xavier de Jarcy su Charles-Ėdouard Jeanneret detto Le Corbusier (1887-1965): Le Corbusier, un fascisme français, Paris, Albin Michel, 2015.

Le mostre tenutesi nel 2015 in Francia e in tutto il mondo, per celebrare il cinquantenario della scomparsa di Le Corbusier, hanno ancora una volta ribadito il luogo comune che vuole vedere in lui, a dispetto di ogni evidenza sociale, culturale e perfino di ordine pubblico, il paladino di un’architettura democratica, popolare, a misura d’uomo e della sua felicità. La successiva proclamazione (luglio 2016) di ben diciassette siti lecorbusieriani quali patrimonio UNESCO, ha dato a questo luogo comune i crismi di un vero e proprio culto della personalità. Il libro di Jarcy ridimensiona questo culto della personalità, e lo fa proprio a partire dal presunto umanesimo di Le Corbusier, dimostrando che si tratta semmai di un antiumanesimo dai connotati totalitari e concentrazionari, culturalmente affini alla filosofia politica delle grandi dittature novecentesche.

Che l’architetto franco-svizzero avesse avuto importanti frequentazioni nazifasciste ed antisemite, e tanto più nel triste periodo (1940-44) della repubblica-fantoccio di Vichy, salvo poi riciclarsi come faro della cultura democratica e internazionalista uscita dalle macerie del secondo conflitto mondiale, era, in fondo, il segreto di Pulcinella: tutti sapevano, nessuno ne parlava. Ma Jarcy non si limita a far luce dove prima vi era una fitta penombra. Giustamente, egli precisa fin dall’introduzione del suo libro che «le fascisme n’empêche pas le talent, Marinetti ou Céline l’ont prouvé», tenendosi così alla larga da ogni giudizio preconcetto.

D’altronde, quello di Le Corbusier e, più in generale, di ogni concezione abitativa esemplata su alveari del tipo Unité d’habitation e Cité radieuse, è il tipico caso in cui la cronaca quotidiana si è incaricata essa stessa di porre quegli interrogativi e quei dubbi che la cultura accademica, per lo più, si ostina a rimuovere. Non solo in Francia infatti, ma ovunque quei modelli abbiano fatto scuola (vedi, ultimi in Italia, i casi “Corviale” a Roma, “Zen” a Palermo, “Le Vele” a Napoli-Scampia), essi hanno prodotto non patrimoni dell’umanità ma aberrazioni, che ora urge disinnescare.

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In alto: Le Corbusier, Ville Savoye (particolare con la rampa di accesso dal piano terreno al primo piano), 1928-31, Poissy. Sotto: la copertina del libro.

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