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L’arte dal droghiere / Félix Fénéon

Nel 1920 Leonetto Cappiello (1875-1942) realizzava a Parigi, in un negozio situato al numero 20 di rue Jean Goujon, un ciclo di decorazioni murali che fece sensazione. All’epoca Cappiello, che si era stabilito in Francia da oltre vent’anni, era all’apice della sua fama di caricaturista, grafico ed autore di affiches pubblicitarie per aziende quali Campari, Cinzano, Klaus, Thermogéne, Liebig e molte altre. Il suo passaggio alla scala monumentale, pensata non per la cartellonistica ma per una decorazione permanente, inaugurava idealmente l’intenso capitolo di arte murale che avrebbe caratterizzato gli anni Venti e Trenta in Europa. Furono diversi i critici che elogiarono l’umorismo e la spontaneità con cui l’artista di origine italiana aveva decorato il negozio, oggi non più esistente. L’autore dell’articolo che qui pubblichiamo, Félix Fénéon (1861-1944), era certamente il più illustre di tutti. Tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, collaborando a riviste come La Revue Blanche, La Vogue, La Revue moderniste, Le Symboliste, La Cravache, La Plume, Le Chat noir, poi ai quotidiani Le Matin e Le Figaro, Fénéon era stato il sostenitore della migliore arte neoimpressionista e simbolista in Francia, valorizzando fra gli altri Seurat, Signac, Luce, Vallotton, Van Gogh. In seguito fu direttore artistico della galleria d’arte Bernheim-Jeune, per conto della quale curò importanti pubblicazioni, nonché il periodico Bulletin de la Vie artistique. Non meno importante fu il ruolo che recitò anche in ambito letterario, recensendo scrittori e poeti quali Mallarmé, Rimbaud, Proust, Schwob, Jarry, Apollinaire, e cimentandosi egli stesso in prose brevissime (Romanzi in tre righe, Milano, Adelphi, 2009). L’articolo su Cappiello, il cui titolo originale è L’art chez l’epicier, uscì il 1 novembre 1920 sul Bulletin de la Vie artistique, ed è ristampato nell’edizione completa degli scritti di Fénéon: F. Fénéon, Oeuvres plus que complètes, Genève, Droz, 1970, v. I, p. 381. Traduzione nostra.

Viviamo in un’epoca di riabilitazioni. Nessuno aveva ancora tentato quella del droghiere. Flaubert l’aveva massacrato, e i partigiani dell’esoterismo in arte erano ben lieti di attribuire l’incomprensione di cui si sentivano vittime alla grettezza di un’umanità capeggiata dal droghiere. Adesso sono gli artisti a precedere i poeti sulla via di Damasco. Uno di loro, Leonetto Cappiello, ha appena portato a termine, in una drogheria di rue Jean Goujon, un ciclo decorativo murale in cui, con la verve di uno Snyders [1] che si fosse innamorato della nostra arte del diciottesimo secolo, celebra gli splendori della gastronomia.

È un’orgia di cibarie mirabolanti. Un cavallo di pan pepato, sormontato da una ninfa volteggiante, galoppa alla testa di un gruppo di porcellini che si danno alla fuga alla vista di un cuoco minaccioso. Mentre degli amorini fanno incetta di abiti, pettini e piumini, dei geni femminili fanno circolare zucche imponenti e frutti polposi. Altrove, dei cinesi si baloccano con scatole di té. Un impulso festoso sospinge questa folla di buongustai in un’indiavolata sarabanda.

Cappiello si è tenuto lontano da qualunque alterigia. Dalla ninfa alla zucca, tutti gli eroi di questa apoteosi delle vivande sono pieni di bonomia. Ma il decoratore ha dato prova di una comprensione più alta del compito affidatogli. Ha adattato la tonalità della decorazione alle note dominanti delle merci in esposizione. Ha fatto sì che le confezioni di lucido da scarpe e le scatole di candele ne diventassero parte.

Il Bulletin de la Vie artistique non è solito emettere giudizi e vuole limitarsi, com’è suo programma, a dare informazioni precise. Ma non può nemmeno misconoscere la portata di ciò che Cappiello ha così felicemente realizzato. Crede perciò di non infrangere i limiti che si è dati, analizzandone un po’ più a fondo l’operato.

La concezione che ne emerge è schiettamente moderna. L’arte per l’arte, come la si definiva non senza una certa tracotanza, cede il passo, nelle attese di un mondo ormai non più convinto che la bellezza plastica sia prerogativa di pochi appassionati, all’arte applicata. Non basta affidare agli arredatori la progettazione dei nostri appartamenti. Occorre introdurre l’arte nella vita concreta. Decorare negozi è il modo più efficace di contribuire alla diffusione delle idee moderne.

[1] Frans Snyders (1579-1657), pittore fiammingo di nature di morte e soggetti animalistici [n.d.r].

In alto: Paul Signac, Ritratto di Félix Fénéon (particolare), 1890, olio su tela, cm. 73,5 x 92,5, New York, Museum of Modern Art. Sotto: Leonetto Cappiello, Bouillon Kub, 1931.

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