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Corpo, intelletto, misura / Vincenzo Scamozzi

Vincenzo Scamozzi (Vicenza 1552 – Venezia 1616) è una complessa figura di architetto e scrittore posto su quel difficile crinale, a cavallo tra i secoli XVI e XVII, che vede compiersi la parabola rinascimentale e manierista, offrendo già qualche squarcio sulla problematica barocca di un’arte intesa come esercizio virtuosistico, in bilico tra realtà ed illusione scenica. Erede della tradizione teorica rinascimentale, anche Scamozzi studia e commenta il De Architectura di Vitruvio, elaborando un approccio razionale, scientificamente ponderato, che lo farà apparire a molti, ingiustamente, come un epigono. Nella realtà veneta del secondo ‘500, la pietra di paragone è rappresentata dal suo grande maestro Andrea Palladio, più anziano di oltre quarant’anni. Alla sua morte (1580), Scamozzi ne raccoglie il testimone e ne porta a termine alcune opere rimaste incompiute, tra cui il Teatro Olimpico di Vicenza, cui farà seguire un’originale variazione sul tema, il teatro di Sabbioneta. Numerosissime le sue opere nei territori della Repubblica Veneta, con non pochi capolavori – a cominciare dalla Villa Pisani di Lonigo (1576) e dalle Procuratie Nuove di piazza San Marco a Venezia (1582-85) – che accolgono, vagliano e riconsiderano l’insuperabile magistero di Palladio, ponendo le premesse di quello che sarà il fenomeno del palladianesimo in tutta Europa e nelle Americhe, nei secoli successivi e fino all’età neoclassica. La personalità complessa, a tratti perfino fredda e distaccata, di Scamozzi, è un ideale banco di prova per riconsiderare oggi il tema delle unità di misura e dei criteri proporzionali che, dall’antichità agli inizi del secolo XX, hanno disciplinato la progettazione edile e il nesso architettura-decorazione. Il suo ponderoso trattato Dell’idea dell’architettura universale, pubblicato nel 1615, è molto distante dalla concisione e praticità del suo modello, I quattro libri dell’architettura (1570) di Palladio, e non di rado eccede in lungaggini e precisazioni che, oggi, lo rendono poco accessibile. Nonostante ciò, quando deve affrontare un tema capitale come quello delle misure compositive e delle relative unità di riferimento, Scamozzi è estremamente chiaro, scevro da intellettualismi, e nulla concede all’erudizione scientifica, filosofica e numerologica che certo non gli manca e potrebbe offrirgli più di un diversivo. Palmi, spanne, piedi, cubiti, sono le unità di misura che egli condivide con tutta la filiera di chi opera nel campo dell’architettura e della decorazione, fino alle maestranze addette alle murature, alle intonacature, alle rifiniture plastiche e pittoriche. La disciplina è quella dei multipli e dei sottomultipli, dei moltiplicatori e dei divisori; l’unità e la molteplicità coesistono in una serie di corrispondenze infinite ma ordinate. Il passo – ancor oggi di buona leggibilità – che qui riproduciamo con un titolo redazionale, è tratto dalla parte I, libro I, cap. XII, de L’idea dell’architettura universale, nell’edizione pubblicata a Venezia dall’editore Albrizzi nel 1714.

E tornando dove ci siamo partiti, si vede che dalle parti del corpo humano sono denominate molte misure delle quali tutte gli Architetti antichi si servirono, e noi parimente ci serviamo nel fare i compartimenti degli edifici publici, e privati, come il dito; il palmo antico di quattro dita, e quello di sedici dita; il sommesso, cioè tenendo il dito grosso elevato, e la mano chiusa: la spanna, ò allargatione delle due estreme dita: il piede antico, e moderno; che è la quinta parte dell’altezza dell’huomo ben formato: il cubito del gombito del braccio fino all’estreme dita della mano; il braccio quanto è dalla punta della spalla all’estremo della mano: il vargo, ò passo andante: il Passo detto à pandendo, cioè aprendo le braccia, che sono cinque piedi, ò quanto l’altezza dell’huomo; la pertica di sei piedi, ò l’altezza dell’huomo con l’alzar della mano: e la canna di Roma di dieci Palmi, delle quali misure altrove ne ragionaremo, e tante altre che non nominiamo.

Laonde se noi vediamo, cha alla Maestà del grande Iddio sommo Architetto, piacque di assegnare le Forme più singolari, e più eleganti à quelle cose, ch’erano destinate all’eternità, e dovevano esser incorruttibili, come sono i Cieli, & i due Luminari, e l’altre Stelle minori, & anco gli Angeli, e finalmente alle creature ragionevoli per l’immortalità dell’Anima; per qual ragione non giudicaremo noi (per quanto comporta la cognitione humana) ad imitatione di quell’eterno, & incomprensibile Architetto,e sia bene di elegger sempre mai le forme più eccellenti, & anco le più riguardevoli, e le più belle delle altre?

E poi con sano giudicio sapersene servire, applicando à gli edifici molto più nobili, e più degni degli altri; come a Tempi, & a Palazzi publici le più prestanti, e meravigliose; e così andarle disponendo di mano in mano à tutti gli altri: essendoche, indubitatamente la singolarità, & eccellenza delle forme non accresce altrimente gran fatto le spese à gli edifici, come pensano molti; ma sì bene aggrandiscono oltre modo la venustà, & il Decoro, e la bellezza d’essi; intanto che empiono di meraviglia, e di stupore chiunque li mira, e reflettono grandissima contentezza nell’anima nostra, la quale per certo istinto naturale desidera sempre, e sempre si compiace delle cose perfette.

Le forme mathematiche, che anco noi dimandaremo Architettoniche, sono per lo più regolari; cioè di lati, & angoli eguali, ò siano di linee semplici superficiali, overo delle superficie de’ corpi, e l’une, e l’altre, ancora che si ritrovino in Disegno semplice, & anco fuori della materia, (e come si suol dire in astratto,) tuttavia l’intelletto nostro può capire le loro quantità, e comprender’anco le divisioni delle loro parti, quasi nell’istesso modo quando elle si ritrovano disposte nella propria materia.

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In alto: Domenico Zampieri detto il Domenichino, Ritratto di Vincenzo Scamozzi (particolare), 1610 ca., olio su tela, Berlino, Gemaldegalerie (perduto durante la II guerra mondiale). Sotto: tavola da V.Scamozzi, “Dell’idea dell’architettura universale”, Venezia, Albrizzi, 1714, parte I, vol. I, cap. XII.

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