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La Casa del Bertani a Mantova / Enrico Maria Davoli

Paraste e lesene sono un vecchio tormentone della storia dell’arte appresa alle scuole superiori. Quasi sinonimi ma non completamente sovrapponibili, i due vocaboli indicano gli elementi a forma di colonna che, in architettura, servono a decorare l’esterno di un edificio e spesso, in presenza di ambienti importanti, anche l’interno. Paraste e lesene sono di forma appiattita o semicircolare, nel qual caso si chiamano anche semicolonne. In linea di massima le lesene hanno funzione decorativa, le paraste anche strutturale, ma visivamente la differenza è pressoché nulla. Come le colonne vere e proprie, ma facendo corpo con una parete o un pilastro, paraste e lesene danno luogo a spaziature regolari, ritmiche. Insieme agli elementi orizzontali (fregi, cornici, mensole, archetti o altro), esse servono anche a inquadrare le aperture presenti nella massa muraria (porte, finestre) e a staccare l’uno dall’altro, ripetendosi in sequenze sovrapposte, i vari piani dell’edificio.

Ad un occhio inesperto tutto ciò potrebbe apparire monotono. Ma un’osservazione più attenta dice che le cose non stanno così. Il repertorio della decorazione architettonica classica offre ampi margini di variazione e i suoi stessi canoni non sono affatto immutabili, anzi, sono soggetti a continue messe a punto. Non solo: come in tutti i sistemi complessi e al tempo stesso disciplinati e coerenti, anche qui sono ammesse le eccezioni e le deroghe. E perfino i sovvertimenti, dove abbiano una giustificazione logica. Un chiaro esempio di tutto ciò si può vedere a Mantova, nella Casa del Bertani. Come la più famosa Casa del Mantegna, essa prende il nome dal personaggio che vi abitò.

L’architetto Giovanni Battista Bertani (Mantova 1516-1576) fu allievo di Giulio Romano e, dopo la scomparsa di questi, ne prese il posto come Prefetto delle Fabbriche Ducali [1]. Operò fino alla morte nel Palazzo Ducale di Mantova, curando la costruzione degli appartamenti di Guglielmo Gonzaga e della Basilica Palatina di Santa Barbara, che oggi si può vedere appena restaurata, dopo i danni causati dal terremoto del 2012. Nel 1567-68 fu incarcerato dall’Inquisizione per aver aderito al Protestantesimo, e rilasciato dopo aver fatto pubblica abiura. In veste di teorico Bertani si dedicò – da buon contemporaneo dei vari Serlio, Vignola e Palladio – al commento di alcuni passi controversi del De Architectura di Vitruvio, pubblicando un trattato nel quale esponeva un nuovo metodo per tracciare la voluta del capitello ionico [2].

Dispute oziose? Passatempi per eruditi? Niente affatto, se si pensa che Bertani fu, oltreché architetto di corte, anche imprenditore in proprio, e doveva dunque dar prova di saper risolvere brillantemente tutti i problemi dell’abitare, compreso quello, primario, dell’identità formale e stilistica di un edificio. Problema che andava affrontato su un piano pratico, matematico-geometrico prima ancora che di gusto, anche se all’epoca i due aspetti combaciavano perfettamente tra di loro.

La casa dell’artista si trova al numero 8 dell’attuale via Trieste. Pur rimaneggiata, essa si distingue ancor oggi per la facciata messa in opera da Bertani tra il 1554 e il 1556, intervenendo su uno stabile preesistente. A destra e a sinistra dell’ingresso, Bertani fece erigere due semicolonne di ordine ionico, a sé stanti. Quella di sinistra è collocata nel modo canonico: sporge cioè dalla parete per metà della circonferenza totale. Quella di destra appare in sezione, cioè posizionata al contrario, con una rotazione di 180 gradi rispetto alla prima. Il piano di sezione reca, incise nel marmo, tutte le istruzioni per realizzare una colonna di identiche dimensioni. Sotto le finestre del piano terreno vi sono anche due epigrafi recanti i passi vitruviani cui si è già fatto cenno. E’ una vera e propria lezione di architettura, dedicata agli stessi temi di cui Bertani si occuperà nel trattato dato alle stampe due anni più tardi.

Ma è anche una lezione di storia e critica d’arte. L’invenzione di Bertani è una bizzarria manierista e, al tempo stesso, una riflessione sulla decorazione architettonica e sulle sue basi etiche ed estetiche. E’ una coppia di lesene, ma è anche una colonna sezionata a metà. E’ un’opera architettonicamente finta e perciò mostra allo spettatore un diritto e un rovescio. Ma è otticamente e geometricamente vera, e in quanto tale si lascia anatomizzare senza nulla nascondere della propria struttura interna, del proprio corredo genetico.

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[1] Su Giovanni Battista Bertani si veda il Dizionario Biografico Treccani, voce Bertani, Giovanni Battista. Nelle sue Vite, Giorgio Vasari si occupa di Bertani nel capitolo dedicato a Benvenuto Garofalo e Girolamo da Carpi. Vedi G. Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti (secondo l’ed. “giuntina” del 1568), Roma, Newton Compton, 1991, pp. 1086-87.

[2] G.B. Bertani, Degli oscuri e difficili passi dell’opera ionica di Vitruvio, Mantova, Venturino Ruffinello, 1558.

In alto e sotto:  Giovanni Battista Bertani, Casa del Bertani, particolare della facciata ed insieme, 1554-56, Mantova.

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