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Degli abusi / Andrea Palladio

Il passo che qui pubblichiamo corrisponde al capitolo XX, libro I, de I quattro libri dell’architettura (1570) di Andrea Palladio, nell’edizione pubblicata nel 1992 da Edizioni Studio Tesi, Pordenone. Esso riguarda appunto gli “abusi”, ossia gli eccessi, le improprietà che nell’opinione di Palladio (e, aggiungiamo, in qualunque visione tendente ad un minimo di normatività), si possono riscontrare nell’architettura del suo tempo. Si tratta di abusi nobili in confronto a quelli di cui parla subito dopo Marco Lazzarato, eccezioni che confermano la regola si potrebbe dire. Dove non c’è regola, o dove per regola si intende la pura e semplice conformità tecnica, l’abuso diventa arbitrio, cioè espressione di logiche subculturali da un lato, speculative dall’altro. Da notare la centralità attribuita da Palladio al nesso materiali-funzioni: per risultare piacevole e credibile, ogni particolare architettonico, ogni motivo decorativo, deve incardinarsi in quel nesso, in quell’ordine di rapporti.

Avendo io posto gli ornamenti dell’architettura, cioè i cinque ordini, et insegnato come si debbano fare, e messe le sacome [1] di ciascuna parte loro come ho trovato che gli antichi osservarono, non mi pare fuori di proposito far qui avvertito il lettore di molti abusi, che introdotti da’ barbari [2], ancora si osservano, accioché gli studiosi di quest’arte nelle opere loro se ne possino guardare, e nelle altrui conoscerli. Dico adunque che, essendo l’Architettura (come anco sono tutte le altre arti) imitatrice della natura, niuna cosa patisce che aliena e lontana sia da quello che essa natura comporta, onde noi veggiamo che quegli antichi Architetti, i quali gli edifici che di legno si facevano cominciarono a fare di pietre, instituirono che le colonne nella cima loro fossero manco grosse che da piedi, pigliando l’esempio dagli arbori, i quali tutti sono più sottili nella cima che nel tronco et appresso le radici. Medesimamente, perché è molto convenevole che quelle cose sopra le quali qualche gran carico è posto si schizzino [3], posero sotto le colonne le base, le quali con quei loro bastoni e cavetti [4] paiono per lo sopraposto peso schizzarsi. Così anco nelle cornici introdussero i triglifi, i modiglioni et i dentelli, i quali rappresentassero le teste di quelle travi che nei palchi e per lo sostentamento dei coperti si pongono. L’istesso in ciascun’altra parte si conoscerà, se vi si ponerà considerazione, il che cosi essendo, non si può se non biasimare quella maniera di fabricare la quale, partendosi [5] da quello che la Natura delle cose ci insegna, e da quella semplicità che nelle cose da lei creata si scorge, quasi un’altra natura facendosi, si parte dal vero, buono e bel modo di fabricare. Per la qual cosa non si dovrà invece di colonne o di pilastri, che abbiano a tor suso [6] qualche peso, poner cartelle [7]: le quali si dicono cartocci, che sono certi involgimenti i quali a gli intelligenti fanno bruttissima vista, et a quelli che non se ne intendono apportano più tosto confusione che piacere, né altro effetto producono se non che accrescono spesa agli edificatori. Medesimamente non si farà nascer fuori dalle cornici alcuni di questi cartocci; perciocché, essendo dibisogno che tutte le parti della cornice a qualche effetto siano fatte, e siano come dimostratrici di quello che si vederebbe quando l’opera fosse di legname, et oltre a ciò essendo convenevole che a sostenere un carico si richiegga una cosa dura et atta a resistere al peso, non è dubbio che questi tali cartocci non siano del tutto superflui, perché impossibile è che trave o legno alcuno faccia l’effetto che essi rappresentano, e fingendosi teneri e molli non so con qual ragione si possano metter sotto ad una cosa dura e greve. Ma quello che a mio parere importa molto è l’abuso del fare i frontespizi [8] delle porte, delle fenestre e delle loggie spezzati nel mezo: conciossiacosaché essendo essi fatti per dimostrare et accusare il piovere delle fabriche, il quale così colmo nel mezo fecero i primi edificatori ammaestrati dalla necessità istessa, non so che cosa più contraria alla ragion naturale si possa fare che spezzar quella parte che è finta difendere gli abitanti e quelli ch’entrano in casa, dalle pioggie, dalle nevi e dalla grandine. E benché il variare e le cose nuove a tutti debbano piacere, non si deve però far ciò contra i precetti dell’arte, e contra quello che la ragione ci dimostra, onde si vede che anco gli Antichi variarono, né però si partirono mai da alcune regole universali e necessarie dell’arte, come si vederà ne’ miei libri dell’Antichità. Circa le proggetture ancora delle cornici et altri ornamenti, è non picciolo abuso il farli che porgano molto in fuori, percioche quando eccedono quello che ragionevolmente loro si conviene, oltre che se sono in luogo chiuso lo fanno stretto e sgarbato, mettono spavento a quelli che vi stanno sotto, perché sempre minacciano di cascare. Ne meno si deve fuggire il fare le cornici che alle colonne non abbiano proporzione, essendo che se sopra colonne picciole si porranno cornici grandi, o sopra colonne grandi cornici picciole, chi dubita che da tale edificio non debba causarsi bruttissimo aspetto? Oltre a ciò, il fingere le colonne spezzate col far loro intorno alcuni anelli e ghirlande che paiano tenirle unite e salde si deve quanto si può schifare, perché, quanto più intiere e forti si dimostrano le colonne, tanto meglio paiono far l’effetto al quale elle sono poste, che è di rendere l’opera di sopra sicura e stabile. Molti altri simili abusi potrei raccontare, come alcuni membri che nelle cornici si fanno senza proporzione agli altri, i quali, per quello c’ho mostrato di sopra e per li già detti, si lascieranno facilmente conoscere. Resta ora che si venga alla disposizione de’ luoghi particolari e principali delle fabriche.

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[1] Sagome [n.d.r.].

[2] Il riferimento è alle civiltà europee d’oltralpe, più legate alla cultura gotica (n.d.r.).

[3] Si schiaccino [n.d.r.].

[4] Le modanature, la prima convessa, la seconda concava, denominate “toro” e “scozia” (n.d.r.).

[5] Allontanandosi [n.d.r.].

[6] Che debbano sostenere [n.d.r.].

[7] Pannelli con iscrizioni, cartigli [n.d.r.].

[8] Frontoni [n.d.r].

In alto: Andrea Palladio in un’incisione ottocentesca (particolare). Sotto: Andrea Palladio, Villa Pojana, 1540 ca., Pojana Maggiore, Vicenza.

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