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Ciro Menotti 1928-1949 • Flavio Favelli

Ciro Menotti 1928-1949 è il titolo di un vasto dipinto recentemente ultimato a Modena, sul muro esterno della Palestra Panaro in via del Carso, dall’artista bolognese Flavio Favelli (1967). L’opera, commissionata dal Museo Civico di Modena in occasione del festival filosofia 2021, è dedicata al patriota Ciro Menotti ed è situata non lontano dal luogo dove, il 26 maggio 1831, questi fu condotto al patibolo, dopo il fallimento della congiura ordita contro il Granduca Francesco IV d’Este. Quali siano le premesse teoriche e pratiche del dipinto di Favelli, e perché le date presenti nel titolo non coincidano con quelle di nascita e di morte del patriota modenese, lo spiega l’artista stesso nel testo che pubblichiamo di seguito. Inventata nell’età delle avanguardie storiche per rendere più difficoltoso ed instabile l’avvistamento dei natanti britannici durante la prima guerra mondiale, la tassellatura razzle-dazzle del murale di via Carso mette in moto una serie di slittamenti cronologici e semantici, che fanno dell’immagine del sommergibile un’inattesa allegoria contemporanea. Monumentale nelle dimensioni, frammentaria nella struttura, l’immagine avanza e arretra come un miraggio; l’eroe risorgimentale appare e scompare, inabissandosi sotto la superficie della storia che ha contribuito a innescare. Flavio Favelli – che ringraziamo per la cortesia – e Daniele Francesconi sono gli autori degli scritti inclusi nella pubblicazione, a cura di Serena Goldoni e Cristina Stefani, edita dal Museo Civico di Modena per l’inaugurazione dell’opera.

Sono stato invitato a pensare e produrre un’opera sul patriota Ciro Menotti. Credo che il ruolo dell’artista sia quello di difendere il suo percorso di ricerca e la sua poetica che difficilmente può essere in sintonia con le necessità dell’istituzione o della società sempre più protese ad un’arte concreta, utile e celebrativa, con un fine chiaro e tendente al bene  (il responsabile chiederà sempre preoccupato: ma qual è il messaggio dell’opera? ). L’artista così non può essere in accordo perché in tempi di populismo reale  il potere è costretto a seguire il terreno del consenso che è per sua natura scontato, banale e moralista. E il nuovo canone è indirizzato dalla suscettibilità di qualche opinionista o di una voce sui social che minacciosa chiede: quanti soldi hanno speso?  facendo tremare ogni amministratore. In Italia, oggi, basta un commento di Vittorio Sgarbi o di un gruppo Facebook ripreso dai media, per decidere la fattibilità di un’opera d’arte in una piazza pubblica. È bene ricordare che in questi ultimi anni il fenomeno della street art, una vera e propria secessione (Roberto Ago) dall’arte contemporanea, ha contaminato e sedotto un vasto pubblico, diventando l’arte popolare per eccellenza, che è compresa e condivisa per il suo significato semplice, letterale e illustrativo; con un accento moralista (generalmente alla Robin Hood, coi buoni contro i cattivi) che incontra il gusto di un popolo italiano che capisce (o crede di capire) solo l’Arte del Passato, il Rinascimento e appunto la street art, questa finalmente facile e immediata come la vera arte di un tempo. Le questioni poste dagli artisti dall’Avanguardia fino ad oggi sono messe da parte per una veloce fruizione di un pubblico distratto e, nel caso fosse attento, è solo per speculare (sono spariti i mecenati, i collezionisti sono solo abili conoscitori del mercato, seguiti da una nuova classe  di artlovers, ora attenti al fenomeno dell’NFT, fra l’altro, colto al balzo da una confusa Galleria degli Uffizi). L’arte ammessa nello spazio pubblico sembrerebbe solo l’Arte Pubblica, intesa come arte per il cittadino, con il suo fine chiaro, condiviso, partecipato, popolare e didattico; per dirla col linguaggio del cibo, nello spazio pubblico il potere ammette solo un menù da mensa e commestibile ai più (grande successo del termine street  sia nel food  sia nell’art ) che non permette nessuna cucina di ricerca che risulterebbe troppo indigesta. In questo clima culturale (la domanda di popolarità veniva dalla Chiesa o dai regimi totalitari  come dice Walter Siti in Contro l’impegno) l’artista cerca di non rispondere in modo lineare e letterale, sia perché l’arte e l’opera hanno una realtà del tutto indipendente, la rappresentazione è lontana dalla realtà che il potere e il cittadino vuole chiara e comprensibile, sia perché la sua figura deve essere altra dal potere e dall’istituzione (ma non perché questi siano il male, ma semplicemente perché ragionano solo in modo scontato, giusto in risposta alle problematiche spicce del loro tempo di una società degli spettacoli).

Ciro Menotti è stato un patriota e già con questo termine la questione diventa complicata, perché per l’artista non ci sono patrie, come per l’arte non ci sono bandiere, né stati, né nazioni e l’identità è solo un termine da cui prendere le distanze e semmai da smontare pezzo per pezzo. Per sfuggire ad un’operazione meramente celebrativa (in Italia sembra che solo gli anniversari dei vari Dante, Raffaello e Leonardo siano occasione per fare opere d’arte, che onorano gli uomini illustri e gli eroi come nelle società più tradizionali), ho scelto di soffermarmi su un altro Ciro Menotti, un glorioso sommergibile col suo nome, della Regia Marina Italiana della classe Fratelli Bandiera, attivo dal 1928 al 1949, anno della sua demolizione.

Ciro Menotti 1928-1949  comprende così temi diversi, alcuni spinosi per il paese: l’immaginario militare, quello della guerra, la Marina Italiana e il suo passato e il sommergibile, che a differenza del sottomarino (cosa oscura e segreta tranne giusto quello giallo dei Beatles), è un oggetto sfuggente che sta contemporaneamente in diversi limiti e confini. Tema militare troppo spesso evitato dagli artisti, se non a senso unico, che considerano il mondo delle armi una specie di Moloch sempre e solo da contrastare in modo dottrinario, impulsivo, con un antagonismo sterile.

Quindi un sommergibile a Modena.

Dipinto con un camuffamento chiamato razzle-dazzle, disegno non originale dell’imbarcazione, che aveva il compito di confondere ed ingannare l’osservatore e studiato dalle avanguardie del XX secolo. Questa confusione  è simile al ruolo dell’opera che ingarbuglia, oltre che la forma, il senso e il concetto. È infatti il ruolo dell’arte e dell’artista, che non fa altro che cambiare, o scompigliare, con metodo, le carte in tavola.

In alto e sotto: Flavio Favelli, Ciro Menotti 1928-1949, 2021, acrilico su muro, cm. 730 x 4050, Modena, via del Carso (foto © Paolo Terzi).

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