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Avalon / Valerie Jaudon

Dopo essersi formata studiando a New York, Città del Messico e Londra, la pittrice statunitense Valerie Jaudon (Greenville, Mississippi, 1945) è stata tra i principali esponenti del movimento Pattern and Decoration. Fin dagli anni Settanta, ha attuato una revisione dei linguaggi aniconici novecenteschi, innestandovi, con grande originalità, temi della decorazione antica e moderna. Jaudon vive e lavora a New York, dove insegna Pittura allo Hunter College. Numerose le sue esposizioni personali e collettive e le partecipazioni a importanti rassegne internazionali. È molto rilevante anche la sua attività nel campo della decorazione architettonica ed urbanistica, con affreschi, mosaici, rivestimenti ceramici, pavimentazioni, recinzioni. Tra le realizzazioni più importanti, ricordiamo la cancellata per la MTA Lexington Avenue Subway, 23rd Street, New York (1988), il murale per la City Hall di Atlanta, Georgia (1989), le pavimentazioni per la Police Plaza di New York (1989), il Museum of Art di Birmingham, Alabama (1993), il National Airport di Washington (1995), lo Stadel Museum di Francoforte (1999), nonché il giardino per la Thomas Eagleton Courthouse di St. Louis, Missouri (2004). Nel testo che qui pubblichiamo – il primo presentato in lingua italiana – Jaudon rievoca la gestazione di un’opera-chiave per la sua successiva ricerca: il dipinto Avalon (1976). Come altre tele dipinte da Jaudon nello stesso periodo ( Yazoo City, 1975, Bellefontaine, 1976, Minter City, 1977, Biloxi, 1978), anche Avalon prende il titolo da una località del Mississippi, lo Stato che ha dato i natali all’artista. L’edizione originale del testo di Valerie Jaudon è uscita nella rubrica In my Own Words, sul periodico Women in the Arts: National Museum of Women in the Arts Magazine, Washington, dicembre 2005, pp. 6-7. Nella nostra traduzione abbiamo conservato le misure così come espresse dall’autrice, in piedi o in pollici, specificando in nota le corrispondenti misure in centimetri. Un sentito ringraziamento a Valerie Jaudon per averci autorizzato a pubblicare il testo e a riprodurre il dipinto.

Ho dipinto Avalon nell’estate 1976. Alta sei piedi e larga nove [1], era un’opera di grande formato per me, e di notevole importanza. Vederla finita fu una sorpresa, perché faceva luce su molti dei problemi di cui mi stavo occupando. Quello della metodologia è forse il più meritevole di attenzione, intrinseco com’è all’evoluzione del mio lavoro. Benché io abbia sempre continuato a fare ricerca, molti dei criteri fissati mentre dipingevo Avalon, sottendono e informano ancor oggi il mio lavoro.

Innanzitutto il medium pittorico: un color argento intenso, ottenuto miscelando pigmento di alluminio, pittura ad olio nero avorio ed olio di lino spremuto a freddo. Ho proceduto con un pennello di zibellino da un pollice [2], stendendo un impasto a tratteggio incrociato. Volevo che il pigmento lucido si adagiasse sulla superficie, catturando e riflettendo la luce spiovente sulla tela, affinché lo sguardo si spostasse continuamente da un punto all’altro del dipinto. L’imprimitura della tela era stata eseguita con acrilico trasparente, affinché il colore della tela risaltasse. Così, il fondo sarebbe diventato parte integrante del dipinto.

Nei miei primi lavori, sono arrivata ad usare più di duecento colori in un solo dipinto. Nel gruppo di dipinti risalenti all’epoca di Avalon, ho limitato i colori presenti in ciascuno ad una tavolozza monocroma – bianco, nero, grigio, o una gamma metallica di oro, rame, argento, o rossi metallici.

Questa semplificazione sembrava quanto mai calzante alla complessità del disegno. Nel disegno – che, ora come allora, è la chiave di volta del mio lavoro – si sommavano griglie orizzontali, verticali, diagonali e circolari. Ho trovato le mie forme in queste sovrapposizioni.

Nel gruppo di dipinti riferibili ad Avalon, ho voluto dar vita ad un sistema aperto-chiuso – un vocabolario visuale capace di ricombinarsi in modo flessibile e di farsi leggere con chiarezza. Per Avalon, ho elaborato un modulo asimmetrico di 18 x 18 pollici [3], costituito di elementi simili a mattoni da costruzione, dello spessore di un pollice e mezzo [4]. Partendo dal centro della tela, e servendomi di matita morbida e carta da ricalco, ho riportato il disegno originale sulla tela, rovesciando e invertendo il modulo per ventiquattro volte. Ho dipinto ogni singola forma lasciando affiorare appena, in prossimità del contorno a matita, con un effetto simile all’incisione, la trama della tela grezza e del disegno. La disposizione speculare dei moduli quadrati asimmetrici dava vita ad una struttura continua, simmetrica, logica, ma anche inaspettatamente ornamentale ed evocativa. Con Avalon ho visto schiudersi grandi potenzialità e, in effetti, la procedura utilizzata per questo dipinto, partendo da elementi generati da più griglie sovrapposte, estese e sviluppate tramite la ripetizione, la specularità e la simmetria, si è dimostrata fruttuosa fin dal 1976, sia in pittura sia in progetti architettonici di più ampia portata.

La qualità ornamentale e decorativa del lavoro, chiamava in causa tutta una serie di riferimenti. Certo, Avalon e molti altri miei dipinti richiamano l’arte di altre culture, in particolare l’arte celtica e quella islamica, tuttavia nessuna delle due ha rappresentato per me una fonte o un modello specifico, nonostante la mia grande ammirazione per entrambe. Piuttosto ero interessata, come molti altri nella mia generazione, a riflettere sulle possibilità offerte alla pittura dal minimalismo, dal postminimalismo e dall’arte concettuale.

Volevo trarre profitto dal linguaggio tradizionale dell’astrazione, ma sentivo di non poter ignorare le obiezioni che gli venivano rivolte. Il decorativo e il femminile erano ritenuti questioni non abbastanza serie, ed avvertivo quanto ciò fosse sbagliato. Perché mai avrei dovuto lasciare la logica al genere maschile? Perché non rivendicare a me stessa l’obiettività e, insieme, la femminilità? Logica ed obiettività non hanno genere, diversamente dall’espressione e dal significato. Posto che la loro conciliazione è essenzialmente un problema filosofico, il dipinto dovrebbe quantomeno esserne la testimonianza.

Ai miei occhi, Avalon e i dipinti coevi facevano proprie due posizioni apparentemente contraddittorie – l’astrazione non-referenziale e l’ornamento referenziale. Facendole convivere, mi proponevo di ampliare il campo di indagine e di lavorare a quello che ritenevo essere un nuovo futuro per la pittura.

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[1] Cm. 183 x 274 (n.d.r.).

[2] Cm. 2,7 (n.d.r.).

[3] Cm. 45,7 x 45,7 (n.d.r).

[4] Cm. 3,8 (n.d.r.).

In alto: Avalon (particolare del dipinto di Valerie Jaudon). Sotto: Valerie Jaudon, Avalon, 1976, olio e pigmento di alluminio su tela, cm. 183 x 274, Washington, National Museum of Women in the Arts, dono di Wallace e Wilhelmina Holladay.

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