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Degli sgraffiti delle case / Giorgio Vasari

Come iniziatore di una storia dell’arte modernamente intesa ed autore del testo fondamentale per la conoscenza dell’arte italiana fra Medioevo e Rinascimento, l’aretino Giorgio Vasari (1511-1574) non ha bisogno di presentazioni. Ma le sue Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti sono una miniera di informazioni talmente ricca da riservare sempre qualche sorpresa, qualche spunto di riflessione. E non solo agli storici dell’arte ma anche agli artisti, ai restauratori, agli sperimentatori di linguaggi espressivi vecchi e nuovi. Il passo che qui pubblichiamo è tratto dall’ Introduzione alla tre arti del disegno che, insieme al Proemio delle vite, costituisce la premessa metodologica al testo vasariano, nella seconda e definitiva redazione pubblicata a Firenze dall’editore Giunti nel 1568. Più in particolare esso proviene dal capitolo XXVI, il cui titolo recita per esteso: “Degli sgraffiti delle case che reggono a l’acqua, quello che si adoperi a fargli, e come si lavorino le grottesche nelle mura”. L’edizione corrente da cui traiamo la citazione è: G. Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, Roma, Newton Compton, 1991, p. 85.

In questo brano Vasari fa cadere l’attenzione su un termine, “sgraffiti”, che altro non è se non la versione più antiquata ed illustre dell’odierno “graffiti”. A rigore di logica, gli attuali graffiti eseguiti con bombolette spray non sono affatto “sgraffiti”, proprio perché la loro esecuzione non richiede più un lavoro di abrasione, di asportazione superficiale. Quel lavoro che Vasari documenta invece con cura, spiegando come la parete intonacata con una speciale mescola appositamente iscurita con fuliggine, venisse poi cosparsa di un sottile strato di polvere di calce, per permettere così all’artista di far affiorare, tramite un’asticella metallica simile al bulino dell’incisore, i contorni e le ombreggiature volute.

Fino all’altro ieri, l’uso di scalfire parole ed immagini su una superficie era diffusissimo: basti pensare all’antica tradizione dei graffiti con parole, nomi di persona ed immagini in luoghi quali latrine, prigioni, strade e piazze deserte, o ancora, alle dichiarazioni amorose incise sulle cortecce degli alberi. In certo senso, gli artisti non facevano altro che nobilitare quell’uso, adattandolo alle esigenze del decoro degli edifici così da ottenere un prodotto visivamente gradevole, economico, durevole nel tempo. Naturalmente la comparsa di strumenti via via più rapidi ed efficaci, fino alle bombolette e ai pennarelli fluorescenti di oggi, ha fatto cadere quell’uso nell’obsolescenza. E come sempre avviene nella storia dell’arte, dove forme e nozioni di significato strettamente pratico sopravvivono in quanto elementi di cultura, transitando a poco a poco nella sfera del decoro e della “convenienza”, il termine “sgraffiti” ha finito per assumere anch’esso un valore traslato, metaforico. Un valore che ci affascina ancor oggi, e che meriterebbe una seria e approfondita riflessione.

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Hanno i pittori un’altra sorte di pittura che è disegno e pittura insieme, e questo si domanda sgraffito, e non serve ad altro che per ornamenti di facciate, di case e palazzi, che più brevemente si conducono con questa spezie, e reggono all’acque sicuramente; perché tutt’i lineamenti invece di essere disegnati con carbone o con altra materia simile, sono tratteggiati con un ferro dalla mano del pittore; il che si fa in questa maniera: pigliano la calcina mescolata con la rena, ordinariamente, e con la paglia abbruciata la tingono d’uno scuro che venga in un mezzo colore che trae in argentino, e verso lo scuro un poco più che tinta di mezzo, e con questa intonacano la facciata. E fatto ciò e pulita, col bianco della calce di trevertino, l’imbiancano tutta, et imbiancata ci spolverano su i cartoni, o vero disegnano quel che ci vogliono fare; e di poi aggravando col ferro, vanno dintornando e tratteggiando la calce; la quale essendo sotto di corpo nero, mostra tutti i graffi del ferro come segni di disegno. E si suole ne’ campi di quegli radere il bianco, e poi avere una tinta d’acquerello scuretto molto acquidoso, e di quello dare per gli scuri, come si desse a una carta; il che di lontano fa un bellissimo vedere: ma il campo, se ci è grottesche o fogliami, si sbattimenta, cioè ombreggia con quello acquerello. E questo è il lavoro, che per essere dal ferro graffiato, hanno chiamato i pittori sgraffito.

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In alto: Giorgio Vasari, Autoritratto (particolare), 1565-68, olio su tavola, cm. 100 x 80, Firenze, Uffizi.

 

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