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Il Presepio ● Anna Maria Ortese

Nel periodo natalizio si concentra la maggior parte delle iniziative finalizzate a decorare gli spazi urbani sia pubblici che privati. Luminarie, alberi, pupazzi, festoni, addobbi si contendono l'attenzione di chi transita nelle vie e nelle piazze; cortili, facciate e balconi ne sono pieni. A fronte di queste scenografie effimere, che trasfigurano il volto dei nostri centri abitati con una fantasmagoria di effetti speciali, la tradizione del presepe si ritaglia uno spazio a sé stante. Le figure umane, i fondali e le silhouettes che compongono il presepe sono infatti elementi sostanzialmente indifferenti al progresso tecnologico e ai dettami di natura commerciale, che influiscono sull'installazione dei decori urbani più vistosi. Per certi aspetti, si potrebbe paragonare il presepe a un gioco di società, la cui posta consiste nel variare di anno in anno il numero dei personaggi, la loro efficacia drammaturgica, la loro capacità di incuriosire e persuadere lo spettatore. In particolare, il presepe napoletano vanta una storia e una tradizione inimitabili, che lo pongono all'incrocio con la pittura, il teatro, la musica e lo spettacolo in genere, facendone una sorta di opera d'arte totale, in equilibrio tra sacro e profano. A cominciare dalla commedia di Eduardo De Filippo Natale in casa Cupiello (1931), sono molte le opere letterarie in cui l'allestimento del presepe gioca un ruolo importante, narrativamente significativo. Il brano che segue è tratto da Interno familiare, una delle novelle che compongono la raccolta Il mare non bagna Napoli (1953), di Anna Maria Ortese (1914-1998). Anche qui, come nella commedia di De Filippo ma rinunciando a qualunque forma di bonarietà, il presepe è il luogo in cui si condensano silenzi, contraddizioni e omissioni che attraversano il racconto e, loro malgrado, i personaggi in miniatura diventano le controfigure dei personaggi in carne e ossa che li osservano. Vedi A.M. Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi, Milano 1994, pp. 53-55.

Nella stanza da pranzo, la tavola era apparecchiata con tutto il meglio della posateria, dei piatti e bicchieri. C’erano otto posti, perché anche Dora Stassano, che aveva solo una sorella, a sua volta invitata dalla famiglia del fidanzato, era del numero, e con lei Giovannino Bocca, fidanzato di Anna. Sulla credenza, tra qualche fascio di fiori rosa, stavano allineati i famosi bicchierini verdi, dodici in tutto, e, più dietro, si scorgeva il piatto di porcellana con la cassata di Palermo. Su un tavolino più basso, era disposta la frutta.

Ma la cosa più interessante era il Presepio, una enorme costruzione di cartone e di sughero, opera di Eduardo, che ogni anno cominciava a lavorarci due mesi prima, con la passione di un bambino, strillando come un pazzo se qualcuno lo disturbava. Quest’anno, poiché le cose andavano bene, era anche più grande delle altre volte, prendendo tutto l’angolo tra il balcone e la porta di cucina, dove di solito era collocata una mensoletta con sopra una veduta di Venezia. La stanza, a motivo di questa costruzione, sembrava più piccola e allegra. Era davvero un’opera eseguita con amore meticoloso e paziente, in cui erano sfoggiate tutte le capacità e l’intelligenza di un uomo. Il fondo era stato ottenuto con un immenso foglio di carta blu di Gragnano, sparso di forse duecento stelle ritagliate nella carta argentata e dorata, e attaccate con un po’ di colla. La Grotta, scavata entro l’arco di una collina che imitava un poco quella di Napoli, così ondulante e tranquilla, non era grande, e bisognava curvarsi per scorgere, dentro, le figurine non più alte di un pollice. San Giuseppe e la Vergine , ambedue modellati insieme alla pietra su cui sedevano, avevano il volto e le mani di un rosa acceso, e curvi sulla Mangiatoia sembravano fare delle brutte smorfie. Il Bambino, di grandezza molto superiore a quella dei genitori (anche per un’intenzione simbolica), era invece liscio e pallido, e dormiva con una gamba sull’altra, come un uomo. Il suo viso non esprimeva nulla, altro che un apatico sorriso, come se dicesse: «Questo è il mondo», o qualcosa di simile. Una minuscola lampada elettrica illuminava quella stalluccia, dove tutto, dalla carni del fanciullo al muso degli animali, esprimeva passività e un duro languore.

Fuori della Grotta, era molto più bello. I pastori, un vero esercito, inondavano immobilmente quella piccola montagna, apparendo in atto di salire e scendere lungo i pendii, di affacciarsi a questa o quella bianca casa costruita nella roccia (secondo lo stile dei paesi meridionali), o di curvarsi su un pozzo, di sedere alla tavola di un’osteria di campagna; infine di dormire, svegliarsi, passeggiare, corteggiare una ragazza, vendere (e si vedevano le bocche aperte al grido) una spasella di pesce, o risuolare delle scarpe (seduti a un deschetto), o eseguire una tarantella, mentre un altro, con aria maliziosa, accoccolato in un angolo, andava toccando una chitarra. Molti, con le braccia levate, vicino a un asino o a delle pecore, indicavano un punto lontano in quella carta di Gragnano, o coprivano gli occhi con una mano a difenderli dalla viva luce di un angelo, ch’era calato da un albero, con una striscia di carta su cui era scritto: «Osanna!», oppure: «Pace in terra agli uomini di buona volontà!». Non mancavano, per finire, due caffè eleganti, sul tipo di quelli di piazza dei Martiri, coi tavolini nichelati sul marciapiede, e delle carrozze con le ruote rosse che andavano su e giù, piene di signore con gli ombrellini bianchi e il ventaglio.

Ogni tanto, qualcuno della famiglia si soffermava piamente davanti a quel simulacro della Divinità, e osservava questo o quell’animale, e, anche, ne prendeva in mano uno – una pecora o un gallo – guardandolo con curiosità da tutte le parti.

In alto: Manifattura napoletana, Presepe (particolare dell'Adorazione dei Magi), seconda metà secolo XVIII, Freising, Museo Diocesano (Raimond Spekking/Wikimedia Commons). Sotto: Manifattura napoletana del secolo XVIII su allestimento (1879) di Michele Cuciniello, Presepe (particolare col quadro centrale dell'Adorazione dei Magi), Napoli, Museo di San Martino (Miguel Hermoso Cuesta/Wikimedia Commons).

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