di Cesare Ripa, Giovanni Zaratino Castellini
La voce Decoro, allestita da Giovanni Zaratino Castellini per l'edizione 1613 dell'Iconologia di Cesare Ripa, giunge qui alla fine. Rispetto agli attributi già analizzati (gioventù, bellezza, pelliccia di leone, simbolo di Mercurio, fiore di amaranto) il coturno e lo zoccolo ai piedi dell'allegoria del Decoro sono quelli che la connotano in modo più chiaro e definitivo. Ripercorrendo la fortuna delle due calzature nella tradizione grecoromana e mettendone in luce le rispondenze filosofiche, retoriche, stilistiche, Castellini allestisce un piedistallo teorico che poche altre immagini possono vantare, nel repertorio della cultura occidentale. Il coturno come metafora della concezione eroica, ancora imbevuta di mito, propria del teatro tragico, lo zoccolo come metafora del mondo popolare e borghese da cui trae linfa la commedia, sono le due polarità di cui vive il decoro inteso come istanza di dignità e di forza morale. Se non fosse che l'espressione "tenere il piede in due scarpe" è notoriamente connotata in senso negativo, a significare ipocrisia, doppiezza, opportunismo, si sarebbe tentati di evocarla anche qui. Tuttavia, nella descrizione di Castellini i piedi sono due - destro per il coturno, sinistro per lo zoccolo - e non, come nell'espressione proverbiale appena citata, uno solo. In altre parole, la scommessa del Decoro, inteso come bussola dell'invenzione e dell'immaginazione, non sta nell'alternare furbescamente un'opinione a un'altra, uno stile a un altro, ma nell'avere sempre presente la totalità, governandone le alchimie. Questa consapevolezza ci aiuta anche a relativizzare gli eccessi di letteralità e le chiusure moralistiche, in cui l'erudizione di Castellini può talvolta inciampare. Vedi C. Ripa, Iconologia, Eredi di Matteo Florimi, Siena 1613, pp. 181-184. Le note al testo sono redazionali.
Laonde per venir al significato de la nostra figura; portando il decoro ne la gamba dritta, il grave coturno, denota che l’huomo più potente, nobile, & ricco per suo decoro deve andare con habito nobile, convenevole ad un par suo, portando ne la sinistra il semplice socco, denota che l’huomo di minor forza, & di bassa condizione deve andare positivamente, e non spacciare del nobile, & del Principe, & ciascuno circa l’habito deve haver risguardo per osservanza del decoro, à l’età, & al grado, che tiene, fuggendo sempre l’estremo tanto di quelli che sprezzano il culto de la loro persona, i quali non si curano d’essere veduti con habiti vili, lordi, mal legati, quanto di quelli, che se l’allacciano troppo, adoperando particolare studio in pulirsi, & farsi vedere ogni dì con habiti nuovi, & attillati. Catone uticense diede nel primo estremo, che non osservò punto il decoro da senator romano, poiché se n’andava troppo a la carlona camminando con gli amici in publico scalzato con una sola veste, di sopra mal cinta con una cordella, si come dice M. Antonio Sabellico, lib. Secondo 〈1〉, & Asconio Pediano 〈2〉, & Plutarco riferisce, che andava per il foro cinto in una toga da campagna, & in tal guisa senz’altra vesta sotto, teneva ragione in tribunale 〈3〉; Silla è anco ripreso, che essendo Imperatore d’esserciti con poco decoro del suo grado spasseggiava per Napoli con un mantello, e in pianelle. Ne l’altro estremo diedero Caligola Nerone, & Heliogabalo Imperatori, liquali comparivano con habiti figurati di varij colori convenevoli più ad una lasciva donna, che ad un maestevole Imperatore; né mai gli due ultimi portarono un vestimento più d’una volta, & Pompeo Magno ancor esso viene da M. Tullio ad Attico lib. 2 Epis. 3 notato per vano, & lascivo da le calzette, dalle fascie bianche, & dalla vesticciola dipinta, che con poco decoro d’un supremo capitano par suo portar solea, de la cui vesta, se ne burla ne la 16. Epistola.
Pompeius togulam illam pictam silentio tuetur suam 〈4〉.
Publio Clodio parimente da Cicerone vien biasimato, perché portava le calzette rosse ch’a lui non si convenivano, come Senatore, essendo quello colore da giovani, a’ quali perché sono in età più fresca, senz’alcun grado, è lecito portare vestimenti belli, & colori allegri, & vaghi, ma però anch’essi non deveno trapassare i termini della modestia, in pulirsi, assimigliandosi, con ricci, & ciuffi, & habiti troppo lascivi a femine, dovendosi ricordare, che sono di natura più nobile. Diogene vedendo un giovane dedito a simile vanità d’habiti delicati, & abbellimenti feminili, gli disse.
Non pudet deterius, quam naturam ipsam, de te ipso statuere? 〈5〉
Se questa vanità d’habiti, vien ripresa in giovani, in Capitani, & Principi, tanto più anco saranno ripresi i Filosofi, & Dottori, che con habito conforme al decoro de la sapienza non anderanno, astenendosi però da la sordidezza di Diogene Cinico, & d’Epaminonda sordidi filosofi, che sempre portavano una medesima vesta, de quali non fu più pulito Socrate, che scalzo se n’andava involto in una vesta di tela, o più tosto sacco, dentro del quale talvolta dormiva la notte ne le strade per li banchi, o sopra qualche poggiuolo con poco decoro. Né solamente devesi devesi osservare il decoro, ne l’andare fuora, circa l’habito ma anco circa il moto, servandosi con bel modo del coturno, cioè de la gravità, abhorrendo l’estrema gravità di coloro, che portano la vita loro alta, tesa, tirata, tutta d’un pezzo, che a pena si muovono. & paiono, a punto ch’abbino la testa conficcata in un palo, tanto che senza decoro muovono a riso chi li vede, né meno prender si deve in tutto il socco, cioè il passo di persone basse vili, da lachè, & stafiere, ma si deve portar ugualmente il socco, & il coturno, cioè temperare la gravità col passo ordinario di persone positive. Horatio ne la Satira 3. del primo libro, con dente satirico, morde Tigello Sardo, che non haveva modo nel camminare, hora camminava pian piano, che pareva fusse un Sacerdote di Giunone, & hora camminava tanto veloce, che parea fuggisse da li nimici.
Nil equale homini fuit illi, saepe velut qui
Currebat, fugiens hostem: persaepe velut qui
Iunoni sacra ferret 〈6〉.
A le donne si, che si conviene la gravità ne l’andare, e’l passo tardo per maggior lor decoro, & per questo molta ragione hano a portare le pianelle alte, che ritardano il passo, né lassano caminare in fretta, ma l’huomo deve caminare virilmente col passo maggiore de le donne: M. Tullio (sì come riferisce il Petrarca, ne le opere latine lib. 2. trattato 3. cap.3.) vedendo che Tullia sua figliola camminava un poco più forte che non si conveniva al decoro d’una donna, & per lo contrario Pisone suo marito più lentamente che non si conveniva ad un huomo, tassò ambedui con un medesimo motto, dicendo in presenza di Pisone suo genero à la figliola, ò così cammina da homo, Ambula ut vir 〈7〉. Volendo inferire che essa doveva caminar piano da femina, & Pisone più presto da huomo.
Oltre di ciò il coturno, & il socco molto bene si conviene alla figura del decoro, come simbolo del decoro poetico, poi che li poeti non hanno con altri stromenti fatta distinzione da una sorte di poesia all’altra, che col coturno, & col socco, da una grave ad una men grave attione: perché il coturno si come habbiamo detto era da Tragici poemi, ne quali v’intervengono per fondamento principale, Principi, e personaggi supremi, dico principale, perché v’intervengono anco servi, schiavi, balie, & Pedagoghi: Et il socco era de comici poemi, ne quali v’intervengono persone private, & infime, & perché in questi si tratta di cose basse, domestiche. & familiari con stile parimenti basso, pigliasi il socco per significato d’un parlare basso: Et in quelli perché si tratta d’avvenimenti occorsi tra Heroi, & Principi con stile più grave, pigliasi il coturno per lo parlare sonoro, perfetto, & sublime, onde chiamasi da Poeti grande & alto. Ovidio.
Altera me sceptro decoras altoque cothurno 〈8〉.
Horatio nella Poetica.
Hunc socci coepere pedem grandesque cothurni 〈9〉.
Intendendo de Comici, & Tragici, & il Petrarca nel medesimo significato li piglia per bassi, & sublimi ingegni, in quel verso.
Materia da coturni, e non da socchi 〈10〉.
Di modo che li coturni, & li socchi applicandosi non tanto a l’habito, quanto a la figura del parlare, vengono ad essere doppiamente simbolo del decoro poetico, & un compendio d’ogni decoro, perché li Poeti eccellenti osservano il decoro, ne le poesie loro, in qual si voglia cosa, nel costume de le opere, del parlare, & de l’habito, & procurano di mai partire dal decoro debito a ciascuna persona, che se per errore dal debito decoro partono, sono notati i loro personaggi di imperfettione, si come nota Aristotile ne la sua Poetica, il pianto, & il lamento d’Ulisse nella Scilla, perché ad Ulisse, come prudente, e saggio non conveniva piangere, & lamentarsi vilmente: E però dice Aristotile.
Indecoriatque inconvenienti moris Ulyssis eiulatio in Scylla 〈11〉.
Vien notato parimente Homero da M. Tullio, perché attribuisca a’ Dei attioni, che macchiarebbero anco gli huomini, come risse, ire, dissensioni, invidie, & disonesti affetti, di che ne vien anco biasimato da Empedocle, & da Senofane, né è maraviglia, che Eraclito Filosofo giudicasse Homero degno d’essere scacciato da’ Teatri, & meritevole, che gli fussero dati de’ pugni, & schiaffi, come riferisce Laertio.
Homerumque dicebat dignum qui ex certaminibus eiceretur, colaphisque cederetur 〈12〉.
Non per altro, che per lo mancamento del decoro, che nel resto è mirabile più d’ogn’altro d’intelletto, & d’eloquenza; Manca similmente nel decoro a mio parere Sofocle in Aiace, ove introduce Teucro figlio d’una schiava fratello naturale d’Aiace a contendere con Menelao Re fratello germano d’Agamennone Imperatore senza rispetto e timore, rispondendogli, come si dice, a tu per tu, e se ben sa che Menelao partendo al fine dica, che è brutta cosa a dirsi, contendere con uno di parole, che si possa domar per forza
Abeo, nam turpe auditu fuerit
Verbis cum eo rixari, quem vi coercere possis 〈13〉.
Non per questo si sgrava di tal bruttezza per le molte ingiurie ricevute già dal sudetto Teucro, massimamente che gli rispose con maggior arroganza dicendo, & a me è cosa bruttissima ad hudire un’huomo stolido
Apage te, nam & mihi turpissimum est audire
Hominem stolidum inania verba effutientem 〈14〉.
Nelle quali parole non vi è decoro, né dal canto di Menelao Re a contendere a lungo con Teucro soldato privato senza grado alcuno; né dal canto di Teucro è verisimile, ch’egli d’ordine infimo nella greca militta, semplice sagittario (come si raccoglie da Homero, & dal medesimo Sofocle) privo di forze, & di seguito havesse ardire di contrastare con un Re fratello dell’Imperadore, e fusse tanto sfacciato che gli dicesse senza rispetto mille ingiurie, e tanto più manca Sofocle nel decoro quanto che poco dopo replica Teucro orgogliosamente all’istesso Imperadore vantandosi d’esser nato nobile, rinfaccia ad Agamennone che sia nato di padre empio, & di madre adultera, & di più gli minaccia senza convenevole costume di rispettoso vassallo, con poco decoro dell’Imperadore, che con la sua imperiale autorità giustamente per l’ingiurie & minaccie lo poteva far prendere, e gastigare, se ben Teucro fusse stato supremo, e titolato non che privato suddito, come era. Hora sì come il giuditioso Poeta cerca dare a li personaggi de’ suoi poemi il costume conveniente, con haver cura di non attribuire a quelli cosa fuor del decoro, così noi con giuditio dovemo guardar bene a quanto ci conviene fare, acciò non restiamo biasimati nelle nostre attioni, come quelli Poeti, che volendo introdurre personaggi ad essempio delle attioni humane, li rappresentano senza il debito costume con poco decoro.
〈1〉 Marcantonio Coccio (o Cocci), detto il Sabellico (1436 circa - 1506), storico italiano, autore del De memorabilibus factis dictisque, exemplorum libri X. 〈2〉 Quinto Asconio Pediano, (9 a.C. circa - 76 d.C. circa) commentatore e grammatico romano. 〈3〉 Castellini fa riferimento alla biografia di Catone Uticense contenuta nelle Vite parallele di Plutarco. 〈4〉 "Pompeo si tiene stretta in silenzio la sua piccola toga ricamata". Cicerone, Epistulae ad Atticum, I,18. 〈5〉 "Non ti vergogni di decidere su te stesso peggio di quanto faccia la natura stessa?". La citazione, riconducibile all'ambito di Diogene di Sinope, è ripresa in diverse compilazioni rinascimentali, tra cui il Repertorium dell'umanista dalmata Marko Marulić (1450-1524). 〈6〉 "In nulla era mai prevedibile. Spesso andava di corsa, come uno che fugga il nemico, più spesso ancora come se portasse offerte a Giunone". Orazio, Satire, I, 3, 9-11. 〈7〉 "Cammina da uomo". Francesco Petrarca riporta l'aneddoto in Rerum memorandarum libri, II, 39. 〈8〉 "Tu mi adorni dello scettro e dell'alto coturno". Ovidio, Amores, III,1, 63. 〈9〉 "Piede che fu poi assunto dallo zoccolo e dall'alto coturno". Orazio, Ars poetica, 80. 〈10〉 F. Petrarca, Trionfi, Triumphus cupidinis, IV, 88. 〈11〉 "Di carattere non conveniente e inadatto il lamento di Odisseo nella Scilla". Aristotele, Poetica, 15. 〈12〉 "E andava ripetendo che Omero era degno di essere scacciato e bastonato". Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, IX, 1. 〈13〉 "Me ne vado: sarebbe un disonore essere uditi litigare con chi si potrebbe costringere a forza". Sofocle, Aiace. 〈14〉 "Va’ pure: anch'io trovo indegno stare ad ascoltare uno sciocco che parla a vanvera". Sofocle, Aiace. Homepage: Decoro, elaborazione grafica dalla tavola illustrante il libro di C. Ripa "Iconology", a cura di George Richardson, Scott, Londra 1779. Sotto: riproduzione delle pagine 181-184 del libro di Cesare Ripa "Iconologia", Eredi di Matteo Florimi, Siena 1613 (www.archive.org).


