di Enrico Maria Davoli
Quello vetrario è uno dei settori dell'industria artistica in cui l'incontro fra estro inventivo e competenza tecnica, rigore progettuale e brillantezza esecutiva, produce i risultati più spettacolari. Ma è anche un ambito in cui le leggi di mercato sono inflessibili, l'evoluzione tecnologica sempre incalzante, il dialogo con l'architettura e il design più irto di incognite. Vi è dunque la necessità di tenersi al passo coi tempi senza voltare le spalle alla tradizione, col rischio di disperderne l'eredità. Vertono su questi temi i quesiti rivolti a Beatrice Govoni, titolare della Vetreria SAV di Pieve di Cento (BO). Un vivo ringraziamento a Beatrice per la disponibilità di cui ha dato prova, dialogando a tutto campo sulle opportunità e sulle incognite del proprio lavoro. Le immagini che corredano l'intervista sono tratte dal sito web di SAV: www.vetreriasav.com
Com’è nella tradizione dell’artigianato di ogni epoca, anche tu inizi la tua attività sulle orme dei tuoi familiari. Puoi rievocare questi inizi, parlando anche del tuo percorso scolastico e formativo in genere?
La Vetreria SAV (Società Artigiana Vetrai) nasce nel 1980 a Pieve di Cento (BO) come azienda artigiana specializzata nella lavorazione del vetro piano e in piccoli lavori di falegnameria. Ai due fondatori, mia madre e mio nonno paterno, si aggiunse poi mio padre. Mia madre veniva da una precedente esperienza in una vetreria artigiana. Mio padre, già disegnatore meccanico presso la VM Motori di Cento (FE), ha sempre coltivato la passione della pittura. Passione trasmessagli da mio nonno, Evaristo Vincenzo Govoni, artista ben noto tra Bologna e Ferrara, nonché uno dei restauratori ufficiali delle opere del Guercino. In breve, l’azienda è diventata una tra le maggiori del settore in provincia, ampliando poi il proprio raggio d’azione all’edilizia (produzione di vetrocamera) e agli allestimenti fieristici, con massicci investimenti in macchinari. Quanto a me, come mio nonno e mio padre ho sempre praticato la pittura, ma nel percorso scolastico ho privilegiato lo studio delle lingue straniere. Ho poi abbandonato gli studi di architettura per dedicarmi a tempo pieno all’azienda, dove dal 1998 opero a tempo pieno.
La lavorazione del vetro offre numerosissime possibilità tecniche. Tra di esse, quali sono quelle che maggiormente caratterizzano la tua produzione?
Il vetro è un materiale amorfo e si presta a molte lavorazioni. Oltre a essere tagliato, può essere fuso e laminato, assumendo così svariate sfumature. Ho imparato a tagliare il vetro a mano con la punta di diamante quanto avevo quindici anni anni e non mi sono più fermata. Tagliare e assemblare i vari pezzi per dare una forma nuova e tridimensionale al vetro è ciò che preferisco, ma anche la pittura rimane una passione. Ho gradualmente abbandonato la fusione, che trovavo poco soddisfacente sul piano della manualità: in fondo si tratta di assemblare vetri con lo stesso punto di fusione e metterli in forno, con un risultato tecnicamente eccellente ma poco appagante dal punto di vista creativo. Mi sono anche dedicata alla legatura a piombo e alla pittura a grisaglia, altra tecnica affascinante che utilizzo principalmente per il restauro di vetrate già esistenti. Purtroppo, trattandosi di un procedimento lento e costoso, non vi è richiesta per realizzare opere ex novo. Ad oggi, la mia preferita rimane la tecnica Tiffany, soprattutto per la creazione di lampade e oggetti: dalle scatole alle piccole vetrate mobili, dall’oggettististica da regalo a mille altri usi. Un’altra tecnica classica che amo utilizzare è l’incisione con sabbiatura, che permette di creare un disegno poroso di per sé molto elegante, e su cui si può eventualmente stendere colore acrilico a freddo. E poiché molte credenze degli anni ‘40 e ’50 hanno vetri con disegni sabbiati, la tecnica è di uso frequente anche nel restauro.
C’è un tipo di oggetto vitreo, mobile o fisso, libero o vincolato all’architettura, che più ti piace, in cui ti viene più facile identificarti come artista e – perché no? – anche come utente?
In primo luogo le lampade: ne realizzo di forme e dimensioni varie, utilizzando talvolta il mosaico di tessere vitree, che le rende di particolare effetto per l’arredamento. E poi le porte interne, per le quali faccio sopralluoghi a domicilio, per capire insieme al cliente quale tipo di decorazione si addice alle sue aspettative. È un buon banco di prova per trattare il vetro in maniera olistica, creando un’immagine pittorica che interagisca positivamente con chi la vive e la guarda.

Le tecniche di lavorazione del vetro occupano uno spazio importante nello sviluppo storico dei linguaggi decorativi. C’è una fase, uno stile, in cui a tuo avviso l’apporto del vetro è stato determinante, primeggiando su altri materiali e tecniche?
La fase storica e stilistica che trovo più significativa è il Basso Medioevo, con le vetrate gotiche francesi poi diffusesi in tutta Europa. Le vetrate multicolori delle chiese illustrate con soggetti sacri o con motivi astratto-geometrici, evocano una dimensione parallela, dove il colore innalza lo spirito. Ma anche la scuola veneziana attraversa fasi di straordinaria vitalità. Personalmente, quando lavoro sui complementi d’arredo e le porte interne, trovo particolarmente stimolanti i riferimenti al modernismo, tra Liberty e Art Déco.
Come si caratterizza (per tipologie, per aspettative, per livelli economici e culturali) il tuo rapporto con la committenza e la clientela in genere?
Il mio atteggiamento è di accoglienza e di ascolto. Ritengo di fondamentale importanza saper interpetare le esigenze del committente offrendogli soluzioni adeguate, e cerco di mantenere un approccio uniforme, indipendentemente dall’entità del lavoro che mi viene commissionato. Il tutto, in relazione ai costi preventivabili: avere la possibilità di utilizzare materiali molto performanti e di conseguenza più costosi, mi dà maggiore libertà e padronanza sul risultato finale, anche in previsione della sua durata nel tempo. Oggi come oggi, il web complica la visione d’insieme che cerco di far percepire al cliente. Le immagini reperibili su Instagram e altri social media sono spesso alterate nello sfondo e nei riflessi, e dunque il dato di partenza che il cliente assume come vero va spesso rivisto e corretto. Proprio per questo, mi affido prioritariamente a bozzetti su carta e a simulazioni su vetri di piccole dimensioni, per dare un saggio credibile della resa cromatica e del risultato finale che ci si dovrà aspettare. Conduco questa parte del lavoro a stretto contatto con la clientela, e gli sviluppi successivi – dal preventivo all’accordo sul budget che mi verrà messo a disposizione – vengono di conseguenza.
Cosa puoi dire del rapporto con altri professionisti (architetti, ingegneri, designer, artisti) che ti coinvolgono in un proprio lavoro o insieme ai quali ti trovi a dover operare?
Premesso che il contatto diretto col cliente privato è l’eventualità più probabile, mi capita anche di dovermi confrontare con professionisti, soprattutto architetti e interior designer, insieme ai quali si cerca di trovare un punto di incontro tra ciò che il progetto indica come approdo finale e le concrete possibilità realizzative. Negli anni ho imparato a collaborare con i capi cantiere e a progettare anche in base alle loro indicazioni, su basi realistiche. Ad esempio, quando devo calcolare il peso di una porta completa delle parti metalliche, e capire se il muro ha una struttura adatta a poterla sorreggere negli anni.

Come giudichi il panorama della vetreria artigiana in Italia e le sue prospettive?
In Italia l’artigianato sta attraversando una fase molto delicata. Per quel che riguarda il settore delle vetrerie, la produzione su grande scala richiama, con prezzi bassi e scarsa qualità, un numero sempre maggiore di consumatori. Nel corso degli ultimi vent’anni, molte vetrerie artistiche hanno visto diminuire drasticamente il volume d’affari e hanno dovuto chiudere. La sensibilità riguardo alla produzione artigiana e all’unicità dei suoi prodotti è in ribasso, e occorre ridestarla senza sottrarsi al confronto con la realtà industriale tecnologicamente più evoluta. Rimane sempre qualche esempio eccellente di produzione veneziana, e qua e là vi sono laboratori in cui si sperimentano miscele e abbinamenti di colori, smalti e pigmenti minerali preziosi, come ad esempio l’oro. Vi è poi la nuova frontiera della laminazione dicroica, che dà al vetro riflessi perlescenti e cangianti. Si tratta di un processo chimico (peraltro già riscontrato in esempi antichi come la Coppa di Licurgo del British Museum) che apprezzo molto, è che è applicabile sia nel campo delle vetrate, sia in quello dei gioielli e degli elementi di arredo.
Ci sono campi della vetreria industriale in cui vorresti essere coinvolta, portando il contributo delle tue idee?
Mi piacerebbe poter collaborare con le vetrerie industriali, dando al cliente la possibilità, ad esempio, di acquistare un prodotto con un disegno preimpostato e di poterlo poi personalizzare con un intervento manuale. L’attuale largo utilizzo di vetrate abbinate a legno o metallo per illuminare gli ambienti, si presta molto all’aggiunta di tocchi di colore o di incisioni pensate ad hoc. Si può personalizzare tutto, dalle cancellate d’ingresso ai box doccia, dai tavoli alle specchiere.
Hai mai pensato di collaborare con specialisti della decorazione architettonica e di arredo, mettendo in opera pattern appositamente concepiti per la progettazione ornamentale contemporanea?
Domanda molto interessante. Io e altri vetrai ormai in pensione, che posseggono centinaia di lucidi con disegni realizzati con righello, squadra e matita, secondo i dettami della vecchia scuola, stiamo digitalizzando molti di questi materiali, per ricavarne dei pattern riutilizzabili nella grande produzione. Al momento lo sbocco è soprattutto nel mercato russo, ma anche il Medio Oriente si sta facendo avanti. Occorrono settimane per digitalizzare un disegno complesso con ornamenti particolari, e non è facile trovare persone in grado di farlo autonomamente. A questo proposito, stiamo valutando un approccio con l’intelligenza artificiale. La cosa mi appassiona perché abbiamo a che fare con un patrimonio grafico che rischia di scomparire per sempre, stante il logorio delle matite e delle carte originali. Mi auguro che anche in Italia si possa arrivare a una piena consapevolezza di ciò, per preservare un patrimonio di creatività e dedizione che occorre anzi rilanciare.
Homepage: Beatrice Govoni/Vetreria SAV, legatura a piombo. Sotto: Beatrice Govoni/Vetreria SAV, incisione con sabbiatura.



