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Utile/inutile

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di Toddi (Pietro Silvio Rivetta)

La dicotomia utile/inutile, necessario/superfluo, innerva tutta la storia della cultura europea, ed è oggetto di riflessioni che spaziano dalla filosofia alla critica d'arte, dalla poesia alla satira di costume. In un continuo ribaltamento di posizioni, si affermano concezioni e stili di vita ora estetizzanti e rilassati, ora severi e addirittura spartani. Decorazione e ornamento rientrano appieno in questo orizzonte, e le righe che seguono ne offrono un esempio. Esse ci riportano a un autore dimenticato: il giornalista, scrittore, illustratore e cineasta italiano Pietro Silvio Rivetta (1886-1952), noto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso anche con lo pseudonimo Toddi. Produttore e regista cinematografico, profondo conoscitore della lingua e della cultura giapponese, egli pubblicò diversi libri di annotazioni dal taglio umoristico e paradossale, tra cui, nel 1931, Apri la bocca e chiudi gli occhi, di cui qui riproduciamo il capitolo primo. Ironicamente, Toddi presenta il libro come "assolutamente inutile", in contrapposizione alla banalità e ovvietà delle cose "utili". Uno dei primi esempi di utilità/inutilità con cui egli supporta le proprie tesi è quello che vede l'"arte decorativa", utile e dunque trascurabile, messa a confronto con l'"arte pura", inutile e dunque degna di attenzione. Vedi Toddi, Apri la bocca e chiudi gli occhi, Cappelli, Bologna 1931, pp. 7-10.

Il presente volume è assolutamente inutile e ciò costituisce il suo pregio principale. Noi giudichiamo una cosa altrettanto preziosa quanto più essa non serve a niente.
Il ferro, il rame, il piombo non potranno mai essere metalli preziosi: sono troppo utili.
L’arte pura è più pregevole dell’arte decorativa.
Un brillante incastonato in un anello ha maggior pregio che lo stesso brillante in punta a un taglia-vetro. L’utilità lo avvilisce.
Un cane è veramente di lusso quando non sia buono proprio a nulla: né per la caccia né per la guardia.
Vi prego di considerare questo volume come assolutamente inutile.

Che l’utilità sia un demerito, ce lo confermano anche le insolenze.
Per insultare qualcuno, ci serviamo di vocaboli che indicano persone, vegetali o animali della massima utilità.
Lo chiamiamo “contadino” o “facchino”; mentre non è affatto insultante il dirgli “uomo-che-vive-di-rendita”.
“Broccolo”, “rapa”, “carota” sono vocaboli offensivi, perché questi vegetali sono utilissimi: nessuno invece sporgerebbe querela contro di me se io lo chiamassi “loglio” o “peronospora”.
Nel colpo dell’ira direte a qualcuno “asino”, “figlio di un cane” o lo chiamerete con il nome di un altro animale utilissimo (in Francia, potenza coloniale, si usa chameau: forse gli Esquimesi dicono “renna”) e non vi passerebbe per il capo l’idea di insultare qualcuno dicendogli “topo”; “upupa” o “mantide religiosa”, tre animali che non servono a nulla.

Alcibiade tagliò la bella coda del suo cane per attirare l’attenzione degli Ateniesi.
Infatti, dopo ventitré secoli, l’umanità parla ancora di quella coda.
Fu un sciocco Alcibiade, o sono sciocchi ventitré secoli di umanità?

Erostrato, il famoso imbecille dell’antichità, per immortalare il proprio nome incendiò il tempio di Diana.
Imbecille lui?
Tutti conoscono il nome di Erostrato per questo, mentre vi sfido a dirmi il nome dell’architetto che costruì il tempio di Diana a Efeso.

Apri la bocca e chiudi gli occhi!
Mentre tu, amico lettore, sei in questa posizione fiduciosa, io potrei farti ingoiare una pillola di stricnina.
Tutti i giornali ne parlerebbero: diventerei famoso in ventiquattr’ore.
Ringrazia il Cielo, amico lettore, che io non aspiro alla celebrità.
E passa tranquillamente agli innocui capitoli successivi.

Homepage: Pandolfo Reschi, Veduta di Palazzo Pitti, 1668-69, olio su tela, cm 146 x 248, Firenze, Palazzo Pitti (www.wga.it). 
Sotto: riproduzione delle pagine 7-10 del libro di Toddi, "Apri la bocca e chiudi gli occhi", Cappelli, Bologna 1931.

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