di Enrico Maria Davoli
Quello dei vandali e del vandalismo è un argomento che, nelle sue molteplici forme, è sempre di attualità. Il fenomeno è inscindibile dai processi di privatizzazione, alienazione, ristrutturazione, gentrificazione che, nelle società contemporanee, vedono una percentuale non trascurabile di persone identificarsi in gruppi e in stili di vita marginali e/o illegali. A fare da collante interno vi è tutta una serie di rituali che, nella misura in cui infrangono la legge, assurgono a simbolo di libertà, irriducibilità, opposizione all’ordine costituito. I rituali di cui ci occupiamo qui sono una piccola frazione del totale e non sono particolarmente cruenti, ma hanno grande visibilità e impatto sull’opinione pubblica. Parliamo degli atti vandalici di chi deturpa immagini e manufatti: edifici, arredi, segnaletiche, veicoli, opere d’arte, elementi di decoro e di abbellimento in genere.
Diciamo subito che chi, armato di bombolette, punteruoli o altro, compie questi gesti, non ha attenuanti. Si pensi a chi deturpa le carrozze ferroviarie, impedendo ai viaggiatori di guardare fuori dai finestrini totalmente oscurati. Vi sarà anche qui, probabilmente, un significato recondito di sensibilizzazione e di protesta, ma quel che è certo è che l’accecamento è un metodo pedagogicamente infelice, tipico di una mentalità che, terroristicamente, ama “rieducare” ad ogni costo. Si pensi però a comportamenti ancora più incivili, come quelli di chi abbandona spazzatura e detriti dove capita, per pigrizia, per spregio o per non pagare i contributi di smaltimento. O a chi fa dell’evasione fiscale la propria missione quotidiana. Insomma, la zona grigia in cui si iscrivono anche i writers abusivi è molto ampia e variegata.
Ma a differenza di altri comportamenti, comprensibili solo a chi giustifica l’illegalità e ne condivide i metodi, in qualche caso il vandalismo grafico offre spunti di riflessione anche a chi ne è estraneo. Chi frequenta una strada, una piazza, un quartiere, si sarà accorto che, per ragioni apparentemente incomprensibili, certi elementi di arte e di decoro restano indenni dagli atti vandalici. La cosa non si spiega né con una sorveglianza più severa, né con particolari barriere protettive, tutti ostacoli che possono essere superati se davvero si vuole farlo. Evidentemente, l’appropriatezza con cui quegli elementi si inseriscono nel contesto urbano (e umano) paga, e la loro presenza viene percepita come un fatto strutturale, alla stregua degli alberi o delle strisce pedonali. Va da sé che, quando questo accade, c’è a monte anche una strategia comunicativa, fatta di persuasione e di dissuasione. Ma soprattutto vi è un artista conscio di cosa significhi occuparsi di decoro. Sapere cioè che, quando ci si rivolge a una collettività, bisogna fare appello alle sole convenzioni su cui chiunque può acconsentire: non-invasività, discrezione, osmosi con l’ambiente, niente ostentazioni personalistiche. Guarda caso, l’esatto contrario del vandalismo grafico dei writers.
Fare di un’icona privata un’icona pubblica non è operazione facile né rapida. O forse è proprio impossibile. Basti pensare, per citare due casi recenti, ai grotteschi fantocci di Michelangelo Pistoletto e Gaetano Pesce, installati negli anni scorsi in piazza Municipio a Napoli. Sacrificare le poche, ineludibili regole non scritte ricordate poco fa al mito dell’artista geniale, re Mida che trasforma in oro tutto ciò che tocca, è un errore che ne provoca molti altri. La tentazione del vandalismo può essere uno di questi errori. In chi deturpa cose carenti di senso e di legittimità c’è senza dubbio frustrazione, rabbia, ignoranza, a volte anche disagio mentale. Ma c’è anche la capacità di indignarsi, la voglia di esprimere un giudizio etico, per quanto distorto dall’atto finale. Chi detiene il potere delle parole e delle opinioni dovrebbe avere il coraggio di riconoscerlo.
Homepage: Giacomo Balla, Fallimento (particolare), 1902, olio su tela, cm 116 x 160, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea.


