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L’arte come banalizzazione e come falsificazione di se stessa / Vasilij Kandinskij

Con questo titolo redazionale pubblichiamo un breve passo da Lo spirituale nell’arte di Vasilij Kandinskij. Ci pare utile rileggerlo oggi, per la puntualità con cui un grande artista indica le due derive cui l’arte è sempre esposta. Lasciando intendere che la prima, quella dell’appiattimento sulla realtà, porta ad una limitazione di senso. Mentre la seconda, quella della sottrazione di realtà, del nichilismo, può portare alla morte del senso. La citazione è tratta da V. Kandinskij, Scritti sull’arte, Milano, Feltrinelli, 1974, vol. II, pag. 133.

Quel che è necessario non sono né l’anatomia o il rifiuto di principio di queste scienze [Kandinskij cita l’anatomia e la botanica, n.d.r.] bensì la piena, illimitata libertà dell’artista nella scelta dei propri mezzi. Questa necessità è il diritto a una libertà illimitata, la quale diventa immediatamente un crimine quando non si fondi più su tale necessità. […] In tutti gli aspetti della vita (e quindi anche dell’arte) importa solo che il fine sia puro. In particolare: un ossequio privo di un fine dei dati di fatto scientifici non è mai così dannoso come un rifiuto privo di un fine degli stessi. Nel primo caso si perviene ad una imitazione (materiale) della natura che può essere utilizzata per vari fini specifici, nel secondo si ha una fede artistica che, essendo un peccato, dà origine ad una lunga catena di cattive conseguenze. Il primo caso svuota l’atmosfera morale, la fossilizza; il secondo la intossica e la infetta.

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Sopra: Vasilij Kandinskij nel particolare di una foto scattata da Gabriele Münter nel 1913 nello studio di Ainmillerstrasse 36 a Monaco, © Gabriele Münter und Johannes Eichner Stiftung, München. Sotto: V. Kandinskij, Lo spirituale nell’arte, copertina dell’edizione originale tedesca (1912).

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