Simbolismo astronomico e cosmologico nei pattern islamici (parte 2/2)

C’è un passo del Corano che recita all’incirca: “Mostreremo loro le nostre insegne, all’orizzonte e in loro stessi, finché non avranno chiaro che Egli è la Verità”. Questo intende Ibn Arabi quando dice che la cosmologia è percezione esteriore e realtà psicologica e spirituale interiore, ed ambedue sono il riflesso della verità unitaria. C’è un punto di vista geocentrico ed uno antropocentrico, ma la realtà è una sola. Tutti noi, smaliziati uomini moderni, sappiamo che il sole è al centro e tutto il resto gli ruota attorno, ma sfido chiunque qui dentro ad affermare di averne avuto esperienza diretta. È, di fatto, un atto di fede negli strumenti moderni. Chi ha mai osservato il sole, sperimentandone l’immobilità e il proprio girarvi attorno? Il sole non sorge e non tramonta forse ogni giorno? Ibn Arabi sostiene che una cosa non esclude l’altra. Il punto di vista antropocentrico e quello eliocentrico sono veri entrambi. Questa è la modalità paradossale. Il punto di vista geocentrico conferma che siamo al centro della nostra esperienza. Non ci troviamo sul sole.

Una delle cose più importanti che appresi quando S.H. Nasr [1] mi introdusse al pensiero islamico, è che “conclusivo” non significa necessariamente “esclusivo”. Cosa che, probabilmente, ci sfugge in Occidente, dove è opinione comune che, se una cosa è vera, un diverso punto di vista sullo stesso argomento non può che essere falso. Vi sono casi in cui qualcosa è psicologicamente “falso” e meccanicamente “vero”, e viceversa. Una serie di oggetti gira attorno al sole, e una cosa chiamata gravità tiene tutto insieme. Ma non è quello che noi sperimentiamo, e che nessun essere umano ha mai osservato. “Empirico” vuol dire “dei sensi, così come i sensi lo osservano e lo verificano”. L’eliocentricità non è osservabile e verificabile coi soli sensi. In ogni caso, per non indugiare eccessivamente su questo punto, vediamo in che modo Titus Burckhardt inquadra il problema della tradizione: «Il dono dell’intelletto appartiene al genere umano, il solo che possa davvero comprenderne il significato. La prospettiva tradizionale colloca l’uomo al centro dell’universo, il che corrisponde all’esperienza sensoriale immediata» [2]. È un’ammissione di grande buon senso. Se osserviamo i pianeti nel cielo dal luogo in cui ci troviamo, con o senza telescopio, li vediamo compiere strani giri ed evoluzioni – ed è il vero motivo per cui si chiamano “pianeti”, con un termine che deriva dalla parola greca “viandante”. Si è molto discusso su quanto le civiltà più antiche sapessero di queste bizzarrie. Secondo Platone, quei punti luminosi nel cielo sono “dei” e certo, a suo modo di vedere, gli dei non agiscono a caso. Sono lì per comunicare con noi. Comunicano con noi tramite la geometria, e geometria è ciò che essi ci comunicano. È la geometria del cosmo, nel tempo. Scrive Platone nel Timeo: «Quanto, poi, alle danze di questi astri e ai loro incontri reciproci e ai percorrimenti dei loro cerchi in sé medesimi e alle loro processioni, e quali di tali dèi nelle congiunzioni si avvicinino reciprocamente e quali si oppongano fra di loro, e dietro a quali e in quali tempi taluni di essi a vicenda e ci si nascondano e di nuovo, riapparendo, a chi non sappia fare i calcoli mandino paure e segni delle cose che in seguito dovranno accadere: ebbene, il discorrere di queste cose senza avere sotto gli occhi immagini di esse, sarebbe una vana fatica» [3].

Trovo a dir poco sorprendente che gli studiosi di Platone non abbiano afferrato ciò che Platone veramente intende in queste righe. È da escludere, infatti, che l’Accademia platonica le abbia mai pubblicate o abbia insegnato astronomia senza far uso di immagini. La proposta che vorrei qui avanzare, è che l’arte islamica abbia preservato queste immagini e tuttora continui a preservarle. Dipende da noi, se non riusciamo a vedere cosa l’arte islamica è e ci tramanda. È per questo che l’arte islamica, in quanto viatico per la rivelazione di ciò che è l’Islam, è governata da regole così stringenti. Le verità che essa veicola sono perenni e universali, assolutamente islamiche nella struttura – il che, nell’ambito delle convenzioni visuali, è verificabile in molti modi. Ma la geometria che sta dietro e dentro tutto ciò deriva, in quanto “geometria dell’eternità”, da un tempo più antico. Nessuna delle tavole di Aristotele è giunta fino a noi, e così pure quelle di Platone, eppure – è lui stesso a dirlo – come avrebbe potuto egli insegnare quelle cose, facendo a meno di immagini?

Diamo ora uno sguardo alla realtà oggettiva del nostro universo visibile.

Se si potesse dilatare il tempo di esposizione fotografica ad un anno intero, si otterrebbero immagini del percorso compiuto dai pianeti sullo sfondo delle costellazioni. La sola organizzazione che usi registrare e pubblicare ogni anno questi fenomeni, è l’osservatorio Rudolf Steiner in Svizzera [4], il che è sufficiente agli occhi di molti per disinteressarsene, ma non precipitiamo le conclusioni, poiché si tratta di argomenti che, empiricamente parlando, hanno una loro scientificità. Noterete allora che, in un determinato anno [5], Mercurio entra ed esce una prima volta dalla costellazione del Toro. La seconda volta in cui, nello stesso anno, Mercurio si ferma, retrocede e di nuovo avanza, è nella costellazione della Vergine. La terza occasione in cui Mercurio, dio dei commerci nella Grecia antica, esegue questa coreografia, è nel Capricorno. Ogni anno, Mercurio esegue una triplice serie di evoluzioni ad anello – un pattern triangolare – attorno a noi terrestri, e la parte di ogni anello più vicina alla terra descrive un altro triangolo. La precessione comporta che esso si sposti lentamente lungo tutto il sistema, fino a totalizzare ventidue anelli, per tornare poi alla stessa posizione nello Zodiaco.

Mi è stato chiesto più volte, come potessi essere certo che gli astronomi e i disegnatori musulmani disponessero di queste nozioni, e risponderò che, in Cina, se ne ha testimonianza scritta già nel 635 d.C., e così pure, al di là di ogni dubbio, in diversi manoscritti islamici ancora inediti. La geometria dei pianeti intorno a noi terrestri è un fatto innegabile. Come innegabile è il fatto che abbiamo ereditato il sistema di divisione dei cieli in dodici parti, dall’antica Babilonia. Nulla di nuovo peraltro, solo una linea di demarcazione data dal sole nascente ad ogni mese lunare.

Nella teoria emanazionale di Ibn Arabi, per il principio delle corrispondenze, ogni cielo planetario è la “casa” in cui risiede l’archetipo di un profeta. Saturno è la “casa” di Abramo, Giove di Mosé, Marte di Aronne, il sole di di Enoch, Venere di Giuseppe, Mercurio di Gesù, la luna di Adamo. Ne consegue, secondo questa teoria, che le “sfere celestiali”, o sfere concentriche del moto planetario, ospitano principi archetipici che, in una delle loro possibili modalità, si possono concepire come profeti di spiritualità, riferibili come tali alle “guide” dell’umanità.

Il punto di vista di Ibn Arabi è quello, unitario, in cui interno ed esterno si incontrano. Secondo tale punto di vista, le luci celesti fanno da guida anche per le cose interiori. I cieli ornati di luci sono, per l’umanità, prodigi da penetrare tramite la contemplazione. Attraverso il principio di corrispondenza, l’incontro dei pianeti, in quanto simbolo dell’incontro dei Profeti, acquista un nuovo significato. Prendendo in esame uno di questi cicli di congiunzioni o incontri, ad esempio tra Giove e Saturno, si può osservare come esso si sviluppi lungo un arco di sessant’anni. Giove e Saturno si incontrano nel 1901; poi un’altra volta nel 1921, e di nuovo nel 1941, per ritornare al punto di partenza nel 1961. Al-Kindi [6] considera tale ciclo sessantennale uno dei più importanti nell’astronomia islamica.

Tracciando il percorso coperto da Saturno nell’attraversare queste congiunzioni e relazioni temporali, lo vediamo formare una stella a nove punte. Nel mio libro, che alcuni di voi forse già conoscono [7], ho avanzato un’ipotesi circa il modo in cui sono costruiti i pattern islamici, suddividendo a metà il lato di un poligono, e posizionando al di sopra e al di sotto del punto mediano due punti di intersezione. Passando ora ad un pattern vero e proprio, vediamo come tre dodecagoni si colleghino ad un triangolo equilatero, in modo tale da toccare in tre punti, uno per ciascuno dodecagono, un enneagono sospeso esattamente al centro del suddetto triangolo. Sia che si tratti di un frutto inconsapevole delle pratiche contemplative interiori in uso presso gli artigiani, sia, al contrario, di un deliberato e cosciente tentativo di spiegare la struttura dell’universo, ciò che più importa è la corrispondenza analogica. Tra i tre dodecagoni e l’enneagono si ha un esagono, orientato in modo tale da chiudere alla perfezione la famiglia costituita da queste tre figure. Mi sentirei di suggerire che il numero nove si riferisca alla relazione ciclica temporale tra Saturno e Giove, e il numero dodici allo zodiaco nella sua “totalità”. È una sintesi plausibile o, quantomeno, una spiegazione degli archetipi simmetrici cui essa si riferisce.

Studiare i pattern islamici è a mio avviso estremamente stimolante. Li trovo altrettanto profondi dell’Arte della fuga di Bach. È lo stesso grado di profondità della bellezza matematica. In quanto ricognizione sulla struttura interna del creato, è elevazione dell’anima. In questo pattern, realmente esistente in Persia, colpisce il fatto che il maestro mosaicista abbia collocato un pentagono “perfetto” dentro ogni stella a cinque punte, la quale, mi è stato fatto notare, rappresenta l’uomo, il cui cuore è immutabile sia che le “braccia” siano tre o cinque. È l’ingegno dell’artista, che parla un linguaggio strettamente personale, ma con l’oggettività della simmetria geometrica. Non stupisce che l’Islam non abbia mai separato arte e scienza, così come non è strano che l’arte islamica non abbia mai avuto storia dell’arte, ma solo prassi concreta. Il sapere che le accomuna è, da un lato, nell’ “occhio che scende fino al cuore”, come Auguste Rodin ebbe a definire il temperamento dell’artista, dall’altro, nei pattern simmetrici, eterni alla stessa stregua degli atomi che non hanno mai mutato la loro forma iniziale – grazie a Dio.

Concludendo, credo che il pattern islamico e il suo parente stretto, l’arabesco, indichino la strada verso l’unità dell’esistenza e rappresentino un percorso conoscitivo che, attraverso il mistero della simmetria, dalla complessità e dalla molteplicità risale all’unità. Questa celebrazione dell’ordine del creato riporta la mente indietro, attraverso la bellezza, fino al punto oltre il quale non vi è più nient’altro. ∆∆∆

1. Seyyed Hossein Nasr (1933), filosofo e docente iraniano [n.d.r.].

2. T. Burckhardt, Mystical Astrology According to Ibn Arabi, Beshara Publications, Abingdon, England, 1977 [n.d.a.].

3. Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Milano, Bompiani, 2000, p. 1369 [n.d.r.].

4. L’istituzione ha sede nel Goetheanum di Dornach, inaugurato nel 1920 dal teosofo Rudolf Steiner (1861-1925) e ricostruito in seguito ad un incendio nel 1925-28 [n.d.r.].

5. L’autore fa qui riferimento alle osservazioni relative all’anno 1946 [n.d.r.].

6. Al-Kindi: Abu Yūsuf Yaʻqūb ibn ʼIsḥāq aṣ-Ṣabbāḥ al-Kindī (circa 801-873), filosofo, matematico e musicista arabo [n.d.r.].

7. L’autore si riferisce al suo Islamic Patterns, London, Thames & Hudson, 1976 [n.d.r.].

In homepage: Corrado Cagli (cartone) e Arazzeria Scassa di Asti (tessitura), Apollo e Dafne, particolare, 1967, cm. 290 x 530, Fondazione Cassa di Risparmio, Asti (www.arazzeriascassa.it).