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Carta da parati / Vladimir Nabokov

Scrittore russo naturalizzato statunitense, Vladimir Nabokov (1899-1973) fu autore di romanzi, saggi critici, traduzioni, nonché di testi dedicati alle sue due grandi passioni extraletterarie, l’entomologia e il gioco degli scacchi. La sua scrittura, sensibilissima alle geometrie dello spazio e del tempo, eccelle nell’elaborare giochi di specchi, in cui realtà ed immaginazione, memoria ed oblio si avvicendano in modo tragicomico. Pnin, il romanzo da cui è tratto il brano qui proposto con un titolo redazionale, fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1957, due anni dopo Lolita (1955), che aveva dato a Nabokov la celebrità internazionale. Il protagonista del libro, Timofej Pnin, è un anziano, goffo professore russo esule negli Stati Uniti, che, da un lato, rimugina incessantemente un passato ormai lontano e, dall’altro, deve misurarsi con la comunità di immigrati russi e di altre nazionalità europee che, come lui, esercitano l’insegnamento nei colleges americani. In questo brano Pnin, seduto sulla panchina di un giardino pubblico, è assalito dal ricordo di una malattia patita all’età di undici anni nella sua casa di San Pietroburgo, e di come, nel delirio della febbre, il disegno della carta da parati incollata alle pareti gli apparisse enigmatico ed arcano. Tra sonno e veglia, il rompicapo della carta da parati diventa metafora di un’esistenza in cui anche l’uomo è elemento ornamentale, dettaglio che appare e scompare. Il risveglio di Pnin sulla panchina lo riconsegna ad un mondo che sembra, esso stesso, carta da parati, luogo in cui l’ordine si traveste da caos. L’edizione consultata è: Vladimir Nabokov, Pnin, Milano, Mondadori, 1967, traduzione di Bruno Oddera, pp. 27-30.

Accanto al suo letto si trovava un paravento a quattro ante di legno lucido, con decorazioni in pirografia che rappresentavano un viale per equitazione rivestito di foglie morte, un laghetto con ninfee, un vecchio ingobbito su una panchina, e uno scoiattolo che teneva tra le zampe anteriori un oggetto rossastro. Timoša, bambino metodico, si era domandato più volte che cosa potesse essere l’oggetto (una noce? Una pigna?), e ora che non aveva altro da fare si accinse si accinse a risolvere questo noioso enigma, ma la febbre che gli martellava nel capo sommergeva ogni tentativo con la sofferenza e il panico. Ancor più opprimente fu la sua lotta con la carta da parati. Era sempre riuscito a vedere che sul piano verticale una combinazione formata da tre raggruppamenti diversi di fiori viola e da sette diverse foglie di quercia si ripeteva un certo numero di volte con consolante precisione; ma ora lo infastidiva il fatto incontestabile che non riusciva a scoprire quale sistema di inclusioni e delimitazioni determinasse il ripetersi orizzontale del disegno; che un simile ripetersi esistesse era dimostrato perché poteva scorgere qua e là, lungo tutta la parete tra il letto e l’armadio e tra la stufa e la porta, il riapparire di questo o quell’altro elemento della serie, ma quando cercava di andare a destra o a sinistra partendo da un gruppo determinato di inflorescenze e di sette foglie, subito si smarriva in un intrico incomprensibile di rododendri e di querce. Stando alla logica, se il perfido disegnatore – il distruttore di intelligenze, l’amico della febbre – aveva nascosto la chiave del disegno con una cura così mostruosa, quella chiave doveva essere preziosa quanto la vita stessa e, una volta ritrovata, avrebbe dato a Timofej Pnin la salute di sempre, il suo mondo d’ogni giorno; e questa lucida – ahimé, troppo lucida – riflessione lo costringeva a perseverare nella lotta.

La sensazione di essere in ritardo su una tabella oraria odiosamente rigorosa come quella della scuola, del pranzo o del sonno, aggiungeva il disagio di una goffa fretta alle difficoltà d’una ricerca che stava sconfinando nel delirio. Il fogliame e i fiori, con tutte le complicazioni del loro ordito intatte, sembravano distaccarsi, in un insieme ondulante, dal loro sfondo celeste pallido che, a sua volta, perdeva la propria piattezza cartacea e si dilatava in profondità finché il cuore dell’osservatore quasi scoppiava reagendo a tale espansione. Egli riusciva ancora a distinguere attraverso le ghirlande autonome certe parti della sua camera di bambino più tenacemente attaccate alla vita delle altre, come il paravento laccato, il riflesso di un bicchiere, i pomoli d’ottone della testata del letto, ma tutto ciò ostacolava le foglie di quercia e i fiori opulenti ancor meno di quanto il riflesso di un oggetto interno sui vetri d’una finestra avrebbe ostacolato la visuale dello scenario esterno percepito attraverso gli stessi vetri. E il testimone e la vittima di questi fantasmi, pur essendo ben rimboccato nel letto, veniva a trovarsi al contempo, in armonia con la duplice natura di quanto lo circondava, seduto sulla panchina di un giardino pubblico verde e viola. In un momento di deliquio, ebbe la sensazione di stringere finalmente la chiave che aveva cercato; ma, giungendo da molto lontano, un vento frusciante, il cui molle suono aumentò di volume man mano che esso agitava i rododendri – ora senza fiori e ciechi – confuse qualsiasi disposizione razionale che l’ambiente di Timofej Pnin aveva avuto un tempo. Era vivo e questo bastava. Lo schienale della panchina contro il quale era ancora abbandonato tornò ad essere reale quanto i suoi vestiti, o il portafoglio, o la data del grande incendio di Mosca… il 1812.

Uno scoiattolo grigio comodamente accovacciato a terra davanti a lui stava assaggiando un nocciolo di pesca. Il vento cessò, poi, di lì a poco, tornò a smuovere il fogliame.

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Sopra: Vladimir Nabokov fotografato da Giuseppe Pino nella hall dell’Hotel palace, Montreux, ottobre 1969. Sotto: Eugène Atget, Fotografia dell’interno del laboratorio fotografico di Atget (particolare), 1910 circa.

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