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Animalismo e decorazione / Enrico Maria Davoli

Il genere animalistico è tra quelli che, nella storia dell’arte, hanno maggiormente cooperato alla decorazione architettonica. E non solo a quella: si pensi alla storia del mobile, dove, fin dall’antichità, gambe, piedi, braccioli, innesti di piani perpendicolari, placche metalliche ed altri dettagli costruttivi, sono rifiniti in forma di zampe ungulate, zoccoli, teste, corna, becchi, spire, squame, conchiglie (e l’elenco potrebbe continuare) mutuate da mammiferi domestici e non, pesci, insetti, uccelli, anfibi, serpenti, crostacei ed altro. Ma è certamente la scultura di grandi dimensioni quella che ha lasciato le testimonianze più vistose: si va dai protiri delle chiese medievali, con le colonne poggianti su leoni accovacciati, alle mensole e ai capitelli con dettagli zoomorfi, alle fisionomie bovine, feline, canine, ovine, equine che decorano edifici di ogni tipologia: i palazzi come le fortezze, i teatri come i municipi, i parchi pubblici come i fori boari, le rimesse e i magazzini come le università. Ciò si è verificato a tutte le latitudini e in tutte le civiltà, a prescindere dalle diverse concezioni architettonico-decorative, stante il fatto che ovunque la specie umana ha sempre dovuto fare i conti con quelle animali, o combattendole, o sfruttandone la capacità lavorative e produttive.

Zampe di leone in mobile Boulle, sec. XVIII.

La domesticazione degli animali, oppure la convivenza forzata tra questi e gli uomini, in strutture quali giardini zoologici, circhi, ippodromi, ha anche prodotto un genere animalistico autosufficiente, che si incunea fin dentro l’arte moderna. Basti pensare ai pittori e scultori dei secoli XVIII-XX, da George Stubbs a Giulio Aristide Sartorio, da Pierre-Jules Mêne a François Pompon, da Sirio Tofanari a Rembrandt Bugatti. Perfino un caso a sé come Antonio Ligabue, il naїf emiliano che visse ai margini del consorzio umano e quasi esiliato da esso, emerge proprio per la capacità di ridare un sussulto di vitalità al genere animalistico, grazie a ciò che l’artista osservava nelle campagne, al circo e nell’illustrazione popolare.

Arte ed architettura continuano ancor oggi ad attingere all’identità animale e, dall’inglese Damien Hirst all’italiano Davide Rivalta, sono molti gli artisti che legano in tutto o in parte agli animali le proprie attuali fortune. Tra le varie mostre in tema si può citare, del 2010, Pagine da un Bestiario fantastico. Disegno italiano nel XX e XXI secolo [1]. Nei casi qui nominati e in molti altri, non mancano i tentativi di ambientare l’identità animale nello spazio architettonico, anche in modo permanente e su scala monumentale, come è avvenuto a Davide Rivalta nella città di Ravenna, coi gorilla in bronzo per il Palazzo di Giustizia (2002), o coi rinoceronti disegnati a grafite nella sede dell’Autorità Portuale (2008). La soluzione adottata in casi come questi punta tutto su un’impaginazione fotocinematografica, disassata, “altra” rispetto al contenitore architettonico. Ma al di là della cifra virtuosistica e spettacolare e dell’effetto straniante, a cosa ci si può aggrappare in casi come questi per ricostruire un rapporto tra architettura ed arte? A ben poco, temiamo. Già, perché “straniante” è – tanto per fare un esempio – anche il carro armato utilizzato per il film Don Camillo e l’onorevole Peppone (1955) che da decenni staziona in una piazza di Brescello, cittadina della bassa reggiana: eppure nessuno ha mai pensato di considerarlo un’opera d’arte.

Davide Rivalta, sculture per la corte interna del Palazzo di Giustizia di Ravenna, 2002 (www.finanzaonline.com).

La parola-chiave è (l’abbiamo volutamente utilizzata nelle righe che precedono) “identità”. Cosa ne è dell’identità animale, per quel poco che noi esseri umani possiamo davvero conoscerne, in artisti ed opere come quelli appena ricordati e in molti altri che si potrebbero menzionare? Nel loro lavoro, la cifra naturalistica è dettagliata e suggestiva, ma come potrebbero esserlo le foto scattate dall’interno di un fuoristrada durante un safari, o le immagini di animali fantastici e preistorici vista attraverso la realtà aumentata, indossando un casco-visore come quelli che ormai spopolano nei negozi specializzati. Attraverso immagini come queste l’uomo, con l’alibi di non volerli disturbare o modificarne l’equilibrio ecologico, volontariamente si segrega dagli animali, preferendo la rappresentazione in 3D alla realtà. Insomma, siamo di fronte a un naturalismo di stampo ottocentesco – analitico e virtuosistico, proprio come nell’idea positivista, esotista, coloniale, che era alla base della zoologia del tempo – ma disincarnato, virtuale. L’ “identità” lascia così il posto alla tanto decantata “alterità”: concetto inconsistente, eppure molto gettonato quando si vuole evocare il panorama dei rapporti con altre etnie o civiltà o forme di vita. È forte il sospetto che l’ “altro da sé”, il “diverso”, il “selvaggio” vengano in realtà declinati in quanto pura e semplice estraneità, mera digitalizzazione, alla maniera dei documentari TV in stile Focus o National Geographic.

Meglio non entrare nemmeno nel merito del dialogo che queste opere dovrebbero intrattenere con lo spazio architettonico. Un tribunale popolato di gorilla – per restare al caso di Ravenna – potrebbe avere senso in un sequel cinematografico del Pianeta delle scimmie, ma non è per nulla detto che possa averlo in un luogo politico-civile per eccellenza qual è un vero tribunale. E al di là dei paradossi e delle battute, non serve invocare, per dare un qualche senso alla soluzione-gorilla, la scarsa qualità architettonica dell’edificio, o la drammaticità delle questioni che vi si dibattono, o la particolare condizione psicologica di chi vi entra. Al contrario, tutti questi aspetti avrebbero richiesto una riflessione partecipe e costruttiva, per una volta non ancorata all’imperativo animalista.

Al di là del realismo più o meno pronunciato, il vero principio di realtà a cui la vita animale può aspirare in arte, è proprio quello della decorazione, che da sempre attinge alla zoologia per ordinare/ornare oggetti e manufatti di ogni dimensione. Trasformandole in elementi decorativi e inserendole nelle opportune partiture, l’uomo si appropria di tutte le forme animate che lo circondano. E ne trae risorse preziose, perché sono proprio queste le forme che meglio contemperano iconismo e aniconismo, naturalismo e stilizzazione geometrica, avendo già in sé tutti i possibili pattern dettati da madre natura.

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[1] Vedi S. Ferrari, S. Goldoni, F. Gualdoni (a cura di), Pagine da un Bestiario fantastico. Disegno italiano nel XX e XXI secolo, catalogo della mostra, Modena, Galleria Civica, 2010.

In alto: Lo scultore Rembrandt Bugatti (a destra, con le mani in tasca) al lavoro allo zoo di Anversa, in compagnia dei colleghi Cecil Howard e Albéric Collin, in una foto del 1909. Sotto: Carro armato Phershing M 26, Brescello (RE), Piazza Mingori.

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