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Mostre / Hilma af Klint, Londra

Le opere della pittrice svedese Hilma af Klint (1862-1944) sono state esposte più volte fuori dalla sua patria negli ultimi trent’anni, prestate dal Moderna Museet di Stoccolma che ne possiede il nucleo più consistente. In Italia, alcune si sono viste alla Biennale di Venezia 2013, dove spiccavano, insieme ai disegni del Libro Rosso di Carl Gustav Jung, per la loro forza visionaria. Hilma af Klint appartiene a quel contesto europeo, dominato da nomi celebri (Kandinskij, Mondrian, Kupka, Malevič, Delaunay…) che ai primi del ‘900 fanno nascere l’arte astratta. Di tale contesto, la pittrice scandinava condivide i tratti principali. Innanzitutto, gli esordi all’insegna del naturalismo, vocazione che nel suo caso sopravvive anche nella piena maturità, rappresentando il versante “ufficiale” della sua produzione. Poi, l’interesse militante per tutto ciò che sembra opporsi al materialismo positivista e borghese (dagli spiritismi ed occultismi in voga, fino ai movimenti più strutturati, come la Teosofia di Helena Blavatsky e l’Antroposofia di Rudolf Steiner, che Klint incontra nel 1908). Infine, l’afflato mistico che identifica nell’arte lo strumento-principe per esperire un mondo nuovo, più limpido e intuitivo.

Klint nasce quattro anni prima di Kandinskij, già dal 1906 realizza dipinti astratti (mentre per il russo la cosa risulta solo dal 1909-10), e il caso vuole che muoia anche lei nel 1944. Ma a differenza di Kandinskij, ed applicando fin troppo alla lettera la consegna del silenzio, tipica di chi si considera iniziato a segreti superiori, accessibili solo a pochi, non si cura di far circolare le proprie opere. Anzi le custodisce gelosamente, rinviando a tempo debito ogni eventuale riconoscimento. Ma dipinge e scrive molto e lascia una vasta mole di appunti grafici, pianificando con cura ciò che dovrà avvenire dopo la sua morte. È quindi fuori luogo parlare di misconoscimento, di sottovalutazione; piuttosto si dovrà prendere atto di un disegno perseguito e voluto.

Painting the Unseen, la mostra che ha fatto tappa alla Serpentine Gallery di Londra dal 3 marzo al 15 maggio 2016 (catalogo Serpentine Gallery-Koenig Books, con scritti di D. Birnbaum, E. Enderby, J. Higgie, J. Voss) era imperniata sul vasto ciclo dal titolo Dipinti per il Tempio, composto di quadri realizzati nel 1906-08 e nel 1912-15. Il repertorio di ideogrammi che si distendono agilmente sulla tela rinvia ai grandi archetipi indoeuropei, reinventati in chiave simbolista e liberty. Probabilmente agisce su Klint l’influenza di Paul Gauguin, le cui opere erano note in Danimarca (e in tutta la Scandinavia) da quando egli vi aveva risieduto nel 1884. Le superfici piatte e squillanti partecipano del fauvismo e dell’orfismo, le allusioni ad un mondo meccanico e fantascientifico prefigurano, come presso i futuristi, i dadaisti e i vorticisti inglesi, scenari degni del film Metropolis di Fritz Lang. La sua via all’astrazione è più grafica che pittorica, com’è tipico dell’arte scandinava. Ma l’originalità e sensibilità con cui Klint la percorre, lasciano una traccia importante.

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Sopra: Hilma af Klint, Infanzia (particolare), 1907, foto © Jerry Hardman-Jones/Courtesy Serpentine Gallery, London. Sotto: due dipinti di Hilma af Klint alla Serpentine Gallery, Londra, marzo-maggio 2016 (www.devadesigns.co.uk).

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