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Mostre / Street Art, Bologna; William Kentridge, Roma

Sono ormai quarant’anni che, utilizzando filtri critici diversi ma sostanzialmente convergenti, si parla del fenomeno dei dipinti eseguiti sulle pareti e sui vari supporti (tabelloni pubblicitari, vetture ferroviarie, cantierizzazioni edili, sottopassi) che il contesto urbano mette a disposizione di chi si munisce di bombolette, pennarelli ed altri strumenti di scrittura rapida. La diversità dei filtri critici è presto spiegata: a seconda della congiuntura sociale e culturale in corso, si può mettere in rilevo o il filone “legalizzato”, più ricco e commercializzabile, del movimento (quello, per intenderci, che ha spopolato negli anni ottanta-novanta del secolo scorso con figure come Haring e Basquiat), oppure, in alternativa, quello che continua a mantenere un legame coi contesti urbani originari, salvo essere ormai anch’esso pienamente acquisito all’arte ufficiale, anche se è ovvio che le quotazioni toccate trent’anni fa dai due giovani newyorchesi benedetti da Andy Warhol sono solo un lontano ricordo.

La mostra Street Art. L’arte allo stato urbano (a cura di Luca Ciancabilla, Christian Omodeo e Sean Corcoran, catalogo Bononia University Press), che si tiene al Museo della storia di Bologna dal 18 marzo al 26 giugno 2016, non può che sposare, dati i tempi grigi ed arrabbiati e la familiarità che la città di Bologna ha con esso, il secondo dei due filoni. La qualità delle opere esposte è bassa, e il fatto che sui media ci si interroghi un giorno sì e uno no sull’identità personale di Banksy, o che le “paperelle” di Cuoghi e Corsello si incontrino per ogni dove a Bologna, non sposta di un millimetro la questione, che resta sociologica più che artistica. Stucchevole è poi la polemica sollevata alla vigilia dell’inaugurazione (chissà perché proprio alla vigilia?), da un altro dei nomi in mostra, Blu, contro l’organizzazione della mostra stessa, rea di voler procedere al distacco di alcuni dipinti per restaurarli e conservarli. Piaccia o no, la vera ragion d’essere di queste dispute è nel fatto che, come la classica foglia di fico, esse servono a nascondere carenze ben più gravi di quelle che vengono lamentate: sia da parte degli artisti, che non sanno contrapporre allo squallore urbano alcun modello realmente alternativo; sia da parte degli amministratori-committenti, che dal canto loro hanno buon gioco nel proclamarsi difensori dell’arte e della libertà d’espressione, semplicemente lasciando che le cose facciano il loro corso.

Tanto più sorprende, cambiando scenario, la riuscita di un’opera solo apparentemente assimilabile ai canoni del writing urbano, come quella progettata e realizzata a Roma da uno dei più grandi artisti del nostro tempo: il sudafricano William Kentridge. L’opera è stata realizzata abradendo meccanicamente gli strati di polveri e smog presenti su un tratto di cinquecento metri di bastioni del Tevere, per tracciarvi un fregio composto di oltre ottanta figure ispirate alla storia e all’identità della capitale. Triumphs and Laments, questo il titolo del ciclo inaugurato il 21 aprile scorso, è ovviamente destinato a scomparire col progressivo dilavamento del supporto murario. E qui sta il suo fascino peculiare. Immagini smisurate come avrebbe potuto concepirle un Sironi ottant’anni fa – dunque dotate di una storicità densa e contraddittoria, come dev’essere qualunque storicità – che classicamente si profilano nella cornice offerta dai contrafforti fluviali. Il tutto reso con un procedimento scabro, economico, per via di togliere anziché di mettere, che è la reinvenzione di quello normalmente adottato da Kentridge quando, con grafite e gomma per cancellare, realizza i disegni e i frames per i suoi cortometraggi animati.

Insomma, è questo il caso in cui un artista riesce a far risuonare dentro di sé la voce e il genius loci di una cultura, anche a dispetto del suo non essere né italiano né europeo. In che modo vi riesce? Non limitandosi ad ingigantire la propria cifra iconografica e stilistica (come fece Haring realizzando il suo Tuttomondo a Pisa), ma adeguandola pazientemente al luogo di destinazione e quasi trasfigurandola, per attingere una dimensione canonica, decantata e al tempo stesso standardizzata, per meglio distribuirsi nello spazio.

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Sopra: la Lupa capitolina dal fregio di William Kentridge “Triumphs and Laments”, Roma, bastioni del Tevere, 2016 (www.roma.repubblica.it); un’opera di Blu alla mostra “Street Art. L’arte allo stato urbano”, Bologna. Sotto: un tratto del fregio “Triumphs and Laments” (www.tevereterno.it).

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