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Una scuola di disegno / Camillo Boito

Camillo Boito (Roma 1836-Milano 1914) fu architetto, scrittore e critico attivo principalmente a Milano, dove fu docente di Architettura all’Accademia di Brera, e nel Veneto, dove aveva studiato a Padova e Venezia. La sua proposta di un rinnovamento architettonico che ovviasse agli eccessi dell’eclettismo mediante un linguaggio decorativo scelto, radicato nelle tradizioni locali, si concretizzò nella progettazione di edifici tra cui il Palazzo delle Debite a Padova (1873) e la Casa di Riposo per Musicisti a Milano (1899), in saggi teorici come Architettura del medioevo in Italia (1880), nonché nel restauro, filologicamente accurato, di edifici storici. Il brano che qui presentiamo con un titolo redazionale è tratto dall’articolo Una scuola di disegno per gli artigiani, uscito su L’Illustrazione Italiana, n. 4, 1877, in cui Boito si compiace per l’istituzione, ad opera del suo vecchio maestro Pietro Selvatico, dell’Istituto d’Arte di Padova. Il testo di Boito dimostra che l’espressione “disegno industriale” (in inglese “industrial design” o semplicemente “design”) entrò in uso ben prima di quanto comunemente si creda e che, in linea di principio, tra decorazione e design non solo non vi sono fratture ma, anzi, vi è identità e continuità di intenti, all’interno del comune divenire storico.

Questa scuola è diventata oramai il modello delle altre di disegno industriale, che si istituiscono nelle città d’Italia. È diretta da un uomo, il quale, benemerito della storia e della critica d’arte, non si è mai voluto contentare dei proprii libri, ma, prima come presidente dell’Accademia di Venezia, ora come direttore della scuola padovana, ha sempre voluto incarnare con l’insegnamento le teorie ed i precetti.

Il marchese Pietro Selvatico ha fondato una vera e pratica scuola di disegno per gli artigiani: ha sciolto la grande difficoltà della scuola-officina. Scarpellini, stipettai, intagliatori, falegnami, modellatori, vasellai applicano nella scuola ciò che hanno imparato: non adoperano soltanto le matite e i pennelli, adoperano anche le stecche, gli scarpelli, le sgorbie, le raspe, escono dalla scuola artieri belli e fatti.

La scuola assume da privati commettenti lavori in cui l’arte ornamentale serve all’industria, ed ha oramai tante allogazioni, che deve rifiutarne. […] Bisogna vedere quei fanciulli come stanno quieti, silenziosi, attenti al proprio disegno, e come nello stesso tempo una fiammella di passione artistica li scalda fino dai primissimi sgorbii. Gli è che fin dal principio gli esercizii, secondo il nuovo metodo, richiedono una certa comprensione della forma, che obbliga l’allievo a tendere l’arco del cervello ed a fare con gli occhi i suoi bravi calcoli di proporzione e di misura. Non s’addormentano più, come facevamo noi nelle scuole della Accademia alla vecchia, sugli esemplari dell’Albertolli [1]: quei disgraziati esemplari, che non sono né ornamento, né geometria, ma sono calligrafia scipitissima.

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[1] L’autore allude a G. Albertolli, Ornamenti diversi inventati da Giocondo Albertolli Professore d’Ornati nella Reale Accademia di Belle Arti in Milano, Milano, 1782, voll 4 (n.d.r.).

In alto: un ritratto fotografico di Camillo Boito. Sotto: la Casa di riposo per Musicisti “Giuseppe Verdi” di Milano, progettata da Camillo Boito nel 1899, in una foto d’epoca.

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