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Opus tessellatum e opus sectile / Giovanni Ciampini

Dopo aver intrapreso gli studi giuridici, Giovanni Ciampini (Roma 1633-1698) optò per un’importante carriera ecclesiastica, mettendo a frutto il proprio talento di studioso in numerose direzioni: dalla storia all’archeologia alla letteratura alla filosofia alle scienze, alle quali dedicò un’importante attività sperimentale. La sua figura di erudito ed animatore di sodalizi e riviste, con rapporti qualificati in tutta Europa, ebbe un ruolo di primo piano nella Roma della seconda metà del secolo XVII. Tra le opere scritte in latino spicca Vetera monimenta, in quibus praecipue Musiva Opera, sacrarum, profanarumque, Aedium structura, ac nonnulli antiqui ritus dissertationibus iconibusque illustrantur (1690), una miniera di notizie sulla storia dell’arte antica, soprattutto a Roma e nel Lazio e in primo luogo per i mosaici. Da essa e in particolare dal capitolo X, intitolato De Musivorum operum origine, nominibus, et speciebus, traiamo un passo dedicato all’opus tessellatum e all’opus sectile. Si tratta di due tecniche musive dalle origini antichissime, nelle quali è facile riconoscere i connotati tipici di molte pavimentazioni, tra cui quella della Basilica di San Marco di cui si parla in questo e nel precedente numero di FD. Titolazione e traduzione nostra, da G. Ciampini, Vetera monimenta […], Roma, Komarek, 1690, p. 80.

Non sembra esservi dubbio che l’opus tessellatum sia il più antico di tutti i procedimenti, perché è il più semplice e (a mio avviso) ha la sua spiegazione nel nome stesso, in quanto consiste di rivestimenti marmorei multicolori ripartiti in forme differenti; e cioè di quadrato, di rettangolo, di triangolo, di sezione di cono o di sfera o invece circolare, di pentagono, di esagono, di ottagono e di altre figure geometriche che, variamente combinate ed unite fra loro, offrono un piacevole colpo d’occhio. A Roma si possono vedere molti antichi pavimenti rivestiti con tali motivi in tessellatum; ne citerò due esempi; quello alla fig. 1, tav. XXIX è nella Chiesa di S. Clemente; l’altro, di qualità eccelsa, alla fig. 2, è nella Chiesa di S. Silvestro, nonché nell’altra Chiesa dei SS. Quattro Coronati.

Dopo il tessellatum fu messo a punto il sectile, mediante il quale si rappresentano figure umane ed animali con marmi di tre o due soli colori; il nome deriva da Seco [1], infatti prima si disegna la figura su una lastra di marmo molto sottile, poi, resecando i contorni della figura, si tagliano pietre di colore diverso in modo tale da farle combaciare perfettamente l’una con l’altra; la figura prenderà forma dalla giustapposizione dei colori e delle linee, come si può vedere alla tavola XXII.

Testimonianze abbastanza antiche di siffatto opus sectile si trovano sia all’esterno che all’interno della Cattedrale di Ancona, dove sono rappresentate immagini di Santi di rozza fattura, come allora si usava [2].

Tuttavia sono convinto che un genere molto più antico e al tempo stesso più elegante di tessellatum fosse già in auge anche presso i più remoti antenati, mano mano che questi elaboravano una tecnica musiva più evoluta.

Si può dunque ragionevolmente supporre che gli antichi abbiano inventato il vero e proprio mosaico dopo il tessellatum e il sectile: giacché è destino di ogni arte, quale essa sia, assurgere ai più alti fasti muovendo da origini umilissime.

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[1] Seco, secui, sectum, secare. In latino: segare, tagliare [n.d.r.].

[2] L’autore allude probabilmente alla basilica paleocristiana di San Lorenzo, di cui restano tracce sotto il pavimento dell’attuale cattedrale dedicata al patrono di Ancona, San Ciriaco [n.d.r.].

In alto: Giovanni Ciampini in una incisione del secolo XIX. Sotto: due tavole tratte da G. Ciampini, Vetera monimenta…, Roma, Komarek, 1690.

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