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Libri / Giuliana Altea, Il fantasma del decorativo

Docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Sassari, col suo saggio Il fantasma del decorativo, Milano, Il Saggiatore, 2012, Giuliana Altea rivisita una serie di temi e problemi specifici dell’arte novecentesca – dal Simbolismo al Fauvismo all’Informale al Design – avendo come stella polare l’emergenza della decorazione. O meglio, del “decorativo”, come dichiara il titolo del libro. Che non è proprio la stessa cosa, dal momento che “decorazione” è un sostantivo, mentre “decorativo” è l’aggettivo che ne deriva. E quindi i suoi usi e i suoi significati non possono che essere generici, poco o nulla attinenti con quelli che sono i grandi temi della decorazione storica, intesa come arte che sovrintende al decoro dei manufatti.

Ma il destino del secolo XX, nel suo tormentato rapporto con le nozioni di decoro e di decorazione, è stato appunto questo. Cacciato dalla porta, lo scomodo inquilino ornamentale è stato fatto rientrare, com’era prevedibile, dalla finestra, ma solo dopo averlo spogliato di ogni connotazione identitaria, di ogni ipotesi di ordine e di logica formale. Che sono poi i compiti che la decorazione è sempre stata deputata ad assolvere. Dalla “decorazione” si è passati, appunto, al “decorativo”: nozione assai più docile, inoffensiva e pronta all’uso. Anzi, addirittura al “fantasma del decorativo”: cioè lo spauracchio che viene evocato ogniqualvolta i conti non tornano nella rincorsa novecentesca verso il futuro, e un inopinato senso di piacevolezza, di giocosità, di calligrafismo, interviene a rompere la consegna del “nuovo” e del “diverso” ad ogni costo.

In questo senso, nei sette capitoli del suo libro Altea ricostruisce una serie di vicende storico-critiche esemplari: l’identificazione donna-decorazione nell’ambito della cultura simbolista, decadente ed espressionista, con interessanti messe a fuoco su figure di primo piano come Klimt e Matisse; il radicalismo razionalista dei Loos e dei Le Corbusier e, di contro, i presunti rigurgiti decorativi che impensierirono perfino Clement Greenberg, il principale teorico e critico dell’Action Painting; infine l’orizzonte degli anni Duemila in cui, almeno a parole, tutto torna ad essere decorazione. Come scrive l’autrice, «questo palleggiarsi da una parte all’altra l’accusa di cedere al decorativo dimostra chiaramente, se ancora ce ne fosse bisogno, il carattere di costruzione culturale che quest’ultimo riveste nel Novecento, la sua natura di fantasma disponibile a diversi usi polemici» (p. 182).

Alla chiusura del volume, denso e filologicamente rigoroso, si resta con un punto di domanda irrisolto. E cioè: se la natura fantasmatica, costruita a tavolino a fini polemici e ideologici, del “decorativo”, è così chiara, allora perché non interrogarsi su ciò che nel ‘900 è veramente avvenuto a tutta la cultura artistica, e non solo a quella ornamentale? Si finirebbe per scoprire che la martellante polemica novecentesca contro il “decorativo”, inteso superficialmente come orpello, come inutile surplus, è in realtà una cortina fumogena che nasconde un malessere ben più vasto e contagioso. E’ evidente, infatti, che nel momento in cui la decorazione viene sacrificata sull’altare del “decorativo” fino a diventare un lontano ricordo, le cose non vanno certo meglio per l’arte in genere. La quale pure viene surrogata da un non meglio identificato “artistico” (o “estetico”, o “ludico”, e chi più ne ha più ne metta), che può fungere al massimo da specchietto per le allodole nei dibattiti che ormai più nessuno ascolta.

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Sopra: Henri Matisse, Abbozzo per “La danza” (particolare), 1909, olio su tela, cm. 260 x 390, New York, MOMA. Sotto: la copertina del libro.

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