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Oltre il minimalismo

Le tendenze minimaliste che, fino a pochi anni fa, dominavano l’architettura, il design, la moda, sono oggi in crisi evidente. E non solo nelle manifatture d’élite ma anche nelle più comuni, vedi i rivestimenti ceramici per l’edilizia. Dai pavimenti alle pareti, dalle micro alle macropiastrelle, l’era dell’azzeramento, delle superfici monocrome o con anonimi mélanges, è anche qui al tramonto. Trionfano i disegni (perlopiù improvvisati o frutto di un copia-e-incolla informatico) e le textures a somiglianza della pietra, del legno, dei tessuti.

Dunque, la monotonia minimalista è un artificio retorico ormai insostenibile e come tale non si vende più. Ma perché non si vende più? Essenzialmente per due motivi: a) qualunque stile, anche l’assenza deliberata di stile, finisce per diventare obsoleto; b) tanto più uno stile è ovvio, facile da imitare a costi bassi o bassissimi, quanto più è senza futuro, esposto com’è ad una concorrenza globale ed economicamente agguerritissima.

Ecco allora che i rimedi decorativi (o pseudodecorativi) emersi fin qui, rischiano di rivelarsi nient’altro che un “placebo”. E cioè, troppo grossolani e orecchiati per essere davvero “inimitabili”; troppo semplicistici per invertire un trend culturale che, ormai da molti decenni, è come un interminabile saldo di fine stagione: un po’ come l’eclettismo ottocentesco, per intenderci, ma senza più alcun credibile riferimento linguistico.

In qualunque competizione, chi vuole vincere ha interesse ad alzare l’asticella delle prestazioni. Il ritorno alla grande cultura della decorazione, alla modulazione delle trame e dei motivi in base alla funzione civile dei manufatti a cui si applicano, è in tal senso un’indicazione forte, che non si può eludere ad oltranza.

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In alto: Paul Follot, Tappeto “Zodiaco” (particolare), 1925.

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