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Riti di passaggio

A fine ‘800, mentre lo statunitense Louis Sullivan elaborava il bel testo pubblicato qui di seguito, sull’altra sponda dell’Atlantico cresceva una sensibilità opposta, antiornamentale. Anzitutto in architettura ma, con classica reazione a catena, anche negli oggetti e negli usi quotidiani. Capofila di tale tendenza (che in quella fase aveva tutte le carte in regola per presentarsi come avanguardista e rivoluzionaria), fu Adolf Loos, al cui Ornamento e delitto abbiamo già dedicato ampio spazio. Ma Loos non era un caso isolato. Restando ai paesi di lingua tedesca, già Friedrich Nietzsche, nel suo saggio Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874), equiparava l’ornamento all’esteriorità e al superfluo.

L’Europa che l’aveva così a lungo coltivata diventava ora l’assertrice, zelante e dogmatica, della morte della cultura decorativa. Ben altri e più tragici sarebbero stati i roghi e le esecuzioni sommarie cui il vecchio continente avrebbe assistito nell’età delle guerre mondiali, dei totalitarismi, degli imperialismi. Ma perché tanto accanimento, e così precoce, proprio contro la decorazione? Non era fin troppo freudiana quella rimozione collettiva, auspicata in nome di un rinnovamento culturale e civile tutto da dimostrare?

Quando il presagio di una catastrofe si fa strada, è quasi fatale che in ogni campo – dall’arte alla politica alla religione – si cerchino dei capri espiatori su cui far ricadere ogni conseguenza. In questo senso, la morte dell’ornamento potrebbe essere stata una “prova tecnica” della più generale, e tanto paventata e corteggiata dalla cultura occidentale, morte dell’arte. Niente può mai rinascere uguale a come era stato in passato, lo sappiamo bene. Ma l’idea di rinunciarvi per principio, in ossequio a un processo celebrato frettolosamente e senza alcun serio elemento di prova, appare oggi quanto mai errata e autolesionistica.

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In alto: Louis Henry Sullivan, Mosaico pavimentale (part.), ca. 1889, Chicago, Auditorium Theatre.

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