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La città delle funzioni / Enrico Maria Davoli

Le invenzioni decorative per l’architettura e gli oggetti di uso quotidiano hanno sempre fornito succosi pretesti ai vignettisti e agli umoristi in genere. Tra le molte parodie che riemergono dalle pagine di giornali e riviste del passato, vogliamo qui ricordarne una in particolare. Si tratta di una vignetta ben nota agli storici – uscì nel 1934 sul periodico umoristico russo Krokodil – ed è quasi una chiosa agli argomenti di cui ci occupiamo in questo numero di FD [1].

Negli anni in cui il Realismo Socialista era ormai divenuto corrente figurativa ufficiale in URSS, il verbo razionalista-funzionalista occupava (non troppo diversamente da quanto avveniva anche nell’Italia mussoliniana) uno spazio importante nel dibattito architettonico in corso. Nella vignetta di Krokodil si vede una città immaginaria dove, in ossequio al dogma modernista per cui forma e funzione dovrebbero identificarsi in modo speculare l’una nell’altra, ogni edificio prende l’aspetto esteriore che, il più letteralmente possibile, gli compete. Ecco allora una biblioteca a forma di pila di libri, un’emittente radiofonica a forma di apparecchio radio, un chiosco a forma di bottiglia, e così via.

Ovvio che queste architetture “più realiste del re” sono puri paradossi. Ma il significato della vignetta, se la si guarda con occhi sensibili ai temi del decoro, va oltre la trovata umoristica. Essa porta infatti alle estreme conseguenze il dogma modernista di cui sopra, come se “funzione” fosse una realtà unidimensionale, limitata alla semplice presa d’atto di una destinazione d’uso, di un’utilità pratica immediata ed univoca, cui la forma aderisce senza sforzo, come un guanto aderisce alla mano.

Proprio per mettere ordine in questa confusione ancor oggi perdurante, giunge quanto mai opportuna la proposta di Marco Lazzarato di scomporre il concetto di “funzione” in tre definizioni distinte, saldamente incardinate alla nostra realtà esperienziale: funzione originaria, funzione propria e funzione civile. Ciò permette di far risuonare quella densità e profondità di significati, che sulla carta sembrerebbero familiari alla cultura visiva contemporanea, ma in realtà resteranno lettera morta finché si continuerà a parlare sempre e solo di “funzione”. Confidiamo in un prossimo, più dettagliato scritto di Marco Lazzarato.

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[1] La vignetta è riprodotta in S.F. Starr, Melnikov. Solo Architect in a Mass Society, Princeton, Princeton University, 1978.

In alto: circuito elettronico. Sotto: Vignetta satirica (1934) dalla rivista “Krokodil”.

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