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Arte contemporanea

Il titolo dell’editoriale che apriva il numero precedente, Da zero, davvero, non era solo un gioco di parole. Esso voleva anche alludere alla saturazione e al logorio sempre più evidenti che affliggono la prassi artistica odierna. Superato da tempo il livello di guardia, è difficile scorgere, oltre il sensazionalismo e la noia simmetricamente imperanti, margini di senso, reali prospettive di ricerca. Di margini e di prospettive si dovrà forse ricominciare a parlare un po’ più in là, dopo aver invertito una direzione di marcia che è ormai giunta al capolinea. Ripartire da zero appare oggi, dall’osservatorio di Fare Decorazione, una via obbligata più che una semplice ipotesi.

Il secolo scorso ha fatto tabula rasa delle pratiche ornamentali, respingendole ai margini, nel limbo delle subculture. Con la conseguenza che parole come “ornamentale” e “decorativo” si usano oggi quasi sempre in modo improprio, peggiorativo, eufemistico. E facendo così prevalere un luogo comune deleterio: quello secondo cui l’arte, la vera arte, è sempre altrove. Dove? In una sfera imprecisata, cerimoniale, intellettualmente più alta.

Tornare a far circolare le parole della decorazione nella pienezza dei loro significati, nell’autorevolezza dei loro riferimenti etimologici, significa ripristinare un normale asse di comunicazione fra arte, artigianato e industria, fra cultura del sapere e cultura del saper vivere. Come suggerisce il titolo di un articolo che esce in questo numero, la decorazione è, per eccellenza, “arte quotidiana”. Arte che passa alla storia, che fa storia, ma con i piedi saldamente piantati nella nostra vita, che è poi la sola contemporaneità possibile.

In alto: George Tinworth, Piscina, 1880 circa, ceramica, cm 9 x 29 x 14, USA, collezione privata.

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