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Degradazione degli archetipi / Mircea Eliade

Storico delle religioni, etnoantropologo e scrittore, il romeno Mircea Eliade (Bucarest 1907-Chicago 1986) è, insieme ad autori come Julius Evola, René Guénon, Ernst Jünger, uno degli esponenti di quel pensiero europeo che, lungo il secolo XX, ha approfondito i temi della religiosità, del mito, della magia, privilegiando un approccio spirituale e metafisico rispetto alle più consuete chiavi di lettura socioeconomiche, politico-ideologiche, linguistico-strutturali. Tra le sue opere più celebri: Il mito dell’eterno ritorno (1949), Il sacro e il profano (1956), Mito e realtà (1963). Il passo che qui riportiamo con una titolazione redazionale fa parte del Trattato di storia delle religioni, Torino, Boringhieri, 1976 (ed. or. 1949-64), pp. 450-51. Come un altro pensatore per molti versi a lui congeniale, Carl Gustav Jung, Eliade contribuisce ad una definizione generale dell’idea di “archetipo”, puntualizzando il ruolo attivo, creatore, degli archetipi culturali. Il concetto di “degradazione” da lui sviluppato si può applicare utilmente anche alle forme archetipiche, concrete e tangibili, in cui si radicano i linguaggi e le tecniche della decorazione.

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L’archetipo continua a creare anche quando è «degradato» a livelli sempre più bassi. Prendiamo ad esempio il mito delle Isole Felici o del Paradiso Terrestre, che ha occupato non soltanto l’immaginazione dei profani, ma addirittura la scienza nautica, fino alla epoca gloriosa delle grandi scoperte marittime. Quasi tutti i navigatori, anche quelli che si proponevano un preciso fine economico, la via delle Indie, tenevano presente anche la scoperta delle Isole dei Beati o del Paradiso Terrestre. E, come tutti sanno, non furono pochi quelli che credettero di averli scoperti davvero. Dai Fenici ai Portoghesi, tutte le grandi scoperte geografiche furono provocate dal mito del paese edenico. E quei viaggi, quelle ricerche, quelle scoperte sono i soli che acquistarono un significato spirituale e furono creatori di cultura. Se il ricordo del viaggio di Alessandro in India durò imperituro, fu perché, assimilato alla categoria mitica, soddisfaceva al bisogno di una «geografia mitica», la sola di cui gli uomini non possano privarsi. Le basi commerciali dei Genovesi in Crimea e sul Caspio, quelle dei Veneziani in Siria e in Egitto, presupponevano una scienza nautica molto sviluppata, e tuttavia quegli itinerari commerciali «non hanno lasciato nessun ricordo nella storia delle scoperte geografiche» [1].

Le nuove terre e le nuove isole hanno conservato il loro carattere mitico anche quando la geografia era diventata scientifica da molto tempo. L’«Isola dei Beati» sopravvisse a Camoens, attraversò il secolo dei lumi, l’epoca romantica, e non ha perduto il suo posto neppure ai giorni nostri. Ma isola mitica ormai non significa più Paradiso Terrestre: è l’Isola dell’Amore (di Camoens), l’Isola del «Selvaggio Buono» (di De Foe), l’Isola di Eutanasio (di Eminescu), o l’Isola «esotica», un paese di sogni pieno di segrete bellezze, l’isola della libertà, del jazz, del completo riposo, delle vacanze ideali, della crociera in vapore di lusso, a cui l’uomo moderno aspira nel miraggio della letteratura, del film, o soltanto della sua immaginazione. La funzione del paese edenico, privilegiato, è rimasta inalterata; soltanto la sua valorizzazione si è più volte deprezzata, dal Paradiso Terrestre (nel senso biblico) al paradiso esotico sognato dai nostri contemporanei. Senza dubbio c’è stata una «caduta», ma una caduta feconda. A tutti i livelli dell’esperienza umana, per quanto si suppongano umili, l’archetipo continua a valorizzare l’esistenza e a creare «valori culturali»: l’Isola dei romanzi moderni e l’Isola di Camoens sono valori di cultura non meno delle tantissime isole della letteratura medievale.

Intendiamo dire che l’uomo, anche se sfuggisse a tutto il resto, è irriducibilmente prigioniero della sua intuizioni archetipali, create nel momento in cui prese coscienza della propria posizione nel Cosmo. La nostalgia del Paradiso si lascia scoprire negli atti più banali dell’uomo moderno. L’assoluto non si può estirpare, può soltanto degradarsi. E la spiritualità arcaica sopravvive, a suo modo, non come atto, non come possibilità di reale conseguimento per l’uomo,ma come una nostalgia creatrice di valori autonomi: arte, scienze, mistica sociale, ecc.

[1] L. Olschki, Storia letteraria delle scoperte geografiche (Firenze, 1937), p. 195 (n.d.a.).

Sopra: Mircea Eliade. Sotto: chiave di volta in architettura tradizionale, Librizzi (ME).

 

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