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Tra architettura e decorazione: gli archetipi costruttivi / Marco Lazzarato

Se per “topica” si intende in architettura il repertorio degli elementi formali, delle invenzioni compositive e delle disposizioni strutturali che, in virtù del loro successo, entrano a far parte di una tradizione culturale al punto da affrancarsi completamente dalle loro funzioni originarie, si possono invece definire “archetipi” i singoli elementi costruttivi la cui forma derivi da una precisa funzione architettonica, funzione che resta inequivocabile e visibile a prescindere dalla sua effettiva sussistenza.

Tipico esempio di archetipo costruttivo è la chiave di volta. Mentre un triglifo o una cornice dentellata, in quanto elementi topici, si possono inserire pressoché ovunque, al contrario la chiave di volta, con la sua forma a trapezio rovesciato, viene letta come tale solo se posta al centro della parte superiore di un’apertura, reale o fittizia che sia, o di una copertura.

Si potrebbe dire che l’archetipo costruttivo sia il livello intermedio di maturazione culturale di un elemento che riesce già ad affrancarsi dall’impiego strettamente funzionale, ma non ha ancora una sua totale autonomia formale. In altre parole, l’archetipo costruttivo è un elemento topico ancora giovane: ha già una sua indipendenza, ma non si è ancora completamente liberato dalla memoria della sua funzione originaria. Se “topica” è il genere, “archetipi” sono una particolare specie all’interno del genere. Ma cerchiamo di vedere quali effettivamente siano gli archetipi costruttivi di maggiore rilevanza storica.

Innanzitutto, a quale tradizione possiamo far risalire tali archetipi? Non certo a quella antica, poiché la città greca e romana è un insieme di nozioni astratte, recuperabili solo sul piano squisitamente archeologico. La tradizione che direttamente ci riguarda inizia di fatto col Rinascimento, i cui modelli abitativi sopravvivono pressoché intatti in molte città italiane, col risultato che, a differenza dell’antichità, esso è a tutti gli effetti tradizione civile, legata al nostro stile di vita quotidiano.

Nella loro elaborazione teorica gli architetti rinascimentali prendevano le mosse dallo studio dell’architettura templare romana, ma per costruire soprattutto palazzi. Più che non la villa di campagna, con le ardite invenzioni rese possibili dal suo magnifico isolamento, è proprio il palazzo cittadino il modello di riferimento ancor oggi valido per una moderna comunità urbana. E’ come se nella nostra memoria storica vi fosse una sorta di schizofrenia: del Rinascimento ammiriamo soprattutto chiese e ville ma, in concreto, ne viviamo (assumendoli a modello) essenzialmente i palazzi urbani. Questi, e non altri, sono la fonte degli archetipi costruttivi in uso nella cultura occidentale moderna sino a pochi decenni fa. Per analizzare tali archetipi, dobbiamo calarci in una logica che vede nella pietra, nel mattone e nel legno i principali materiali edili.

In assenza di cemento armato, per costruire le fondamenta di un palazzo nel secolo XV si usavano blocchi di pietra da taglio appena sbozzati. Su tale basamento, completamente interrato o sporgente dal terreno solo in minima parte, si innalzava un primo livello di mura sempre in pietra ma a conci regolari, cioè ben squadrati, perché destinati a restare in vista. Ciò sia per motivi di stabilità, sia per contrastare la risalita dell’umidità.

Su questo primo livello rispondente al piano terra venivano eretti i muri in mattone dei piani successivi, avendo cura di legare la costruzione con dei corsi in pietra all’imposta di ogni solaio, leggibili all’esterno come fasce marcapiano, e con dei cantonali, cioè pietre collocate a pettine agli angoli della costruzione per connettere i muri in quel particolare punto critico. L’intero edificio veniva ulteriormente legato in cima da un corso di lastre in pietra, le quali consentivano anche di far sporgere all’esterno la linea di gronda necessaria a riparare il muro dalla pioggia.

Le aperture nel muro di mattoni, ossia le finestre, presentavano problemi strutturali risolvibili con l’adozione di “erte” o “pilastrate” (secondo la terminologia usata da Palladio ne I quattro libri dell’architettura), cioè pilastri in pietra laterali che reggevano un architrave, sempre in pietra, il quale presentava una sporgenza a protezione dalla pioggia. Tale architrave spesso reggeva solo se stesso, perché l’effettiva funzione portante veniva svolta da un arco cieco inserito nella muratura sovrastante e poi coperto dall’intonaco. Alla base delle finestre si poneva un ampio davanzale in pietra.

Alla porta spettava un trattamento diverso. Ferma restando la struttura portante a pilastri e architrave appena descritta, tale apertura (spesso unica, giacché il palazzo urbano poteva trasformarsi all’occorrenza in un vero e proprio fortino) veniva nobilitata con un apparato decorativo a sé stante, il portale. Questa struttura decorativa autonoma poteva anche fungere da base di appoggio per un poggiolo o balcone prospiciente le porte-finestre del primo piano, in corrispondenza del salone principale del palazzo.

Ciascun piano aveva una specifica funzione. Le cantine interrate fungevano da deposito; il piano terra aveva compiti di disbrigo e logistica; il primo piano (o “piano nobile”) costituiva la residenza della famiglia; quello superiore era abitato dalla servitù; il sottotetto, infine, era un ulteriore deposito per granaglie o vettovaglie.

Questo assetto funzionale e strutturale basato sull’alternanza di pietra e mattone, creava sulla facciata dell’edificio una precisa e caratteristica alternanza fra i due materiali. Si poteva infatti osservare un basso basamento in pietra da taglio a conci irregolari, su cui poggiava un muro in pietra squadrata e regolare. Su di esso si innalzava la muratura, cadenzata da fasce marcapiano in pietra e sormontata dalla cornice di gronda, sempre lapidea. Agli angoli, l’edificio era incorniciato dai cantonali a pettine. Nella mole della facciata spiccava il complesso del portale sovrastato dal balcone, il tutto realizzato in marmo bianco finemente lavorato. Le finestre erano evidenziate dalla cornice di contorno, che, come abbiamo visto, era la somma di tre elementi: davanzale, pilastri e architrave.

In questa tipologia architettonica, il muro di mattoni si innalzava liscio e tutto sullo stesso livello, mentre gli inserimenti lapidei erano aggettanti e diversamente lavorati. Trattandosi di pietre, spesso tagliate in cantiere e comunque rifinite in opera, l’inserimento di modanature o di ornati era ovviamente implicito nel lavoro di rifinitura finale ad opera dei maestri lapicidi. Si aveva quindi una parte liscia, in muratura, decorata a posteriori con affreschi, ed una parte variamente aggettante, in pietra, ornata già in fase di costruzione.

L’insieme appena descritto costituisce la sintassi canonica di tutti gli apparati decorativi dei palazzi costruiti in Europa e nelle sue colonie nei secoli successivi. L’unica variante intervenuta nel tempo riguarda i materiali. Quando la borghesia cittadina soppiantò l’aristocrazia terriera, la pietra sparì perché troppo costosa e, date le dimensioni minori degli edifici, non più necessaria, ma la sua presenza in facciata viene richiamata con decorazioni eseguite a stucco cementizio. La funzione costruttiva si trasformava così in funzione topica, generando una famiglia di archetipi costruttivi. Li riepiloghiamo di seguito:

– basamento: è una bassa zoccolatura, dall’aspetto fortemente irregolare, che corre lungo tutto il perimetro dell’edificio;

– piano terra rustico: in origine è il primo muro fuori terra, costruito con pietre squadrate regolarmente. Può occupare tutta l’altezza del piano terra o fermarsi all’imposta delle finestre. Sul tipo di finitura dei singoli blocchi (o “conci”), sono state elaborate diverse invenzioni;

– fasce marcapiano: evidenziano i piani dell’edificio lungo tutta la facciata, recano modanature tratte dal repertorio degli ordini architettonici e, spesso, sono affiancate da altre fasce orizzontali fatte correre all’altezza dei davanzali delle finestre;

– cornice di gronda: chiude l’edificio ed è più imponente delle fasce marcapiano perché composta da due elementi: la fascia marcapiano dell’ultimo piano e, posata su di essa, l’ipotetica lastra lapidea che deve dare la sporgenza per la linea di gronda. Questo secondo elemento può presentare modiglioni, dentelli o cornici modanate fortemente aggettanti;

– cantonali: sono le pietre d’angolo disposte a pettine. In ambito veneto, ad esempio, esse hanno una forma regolare con una proporzione di 3 a 2 fra la lunga e la corta, mentre nel Lazio sono fortemente irregolari nelle dimensioni e nelle proporzioni. Anche su questo elemento sono state elaborate molteplici invenzioni;

– cornici delle finestre: vengono lette come contorno unitario e ogni epoca ne ha elaborato una specifica forma. Sono in realtà costituite da tre elementi: davanzale, pilastri laterali, architrave. Questi elementi possono essere proposti anche singolarmente, fermo restando che architrave e davanzale sono pressoché imprescindibili. Il davanzale è sempre presente per la sua spiccata necessità funzionale. L’architrave è l’elemento più importante perché composto a sua volta da due parti: l’architrave vero e proprio e la sovrastante cornice, sporgente per proteggere la finestra dalla pioggia battente;

– portale: elemento preponderante nella facciata, serve ad evidenziare l’accesso principale e a conferirgli il decoro richiesto dallo status della famiglia. E’ un elemento autonomo sia strutturalmente, perché spesso ha colonne e copertura propria, sia sintatticamente, perché ha una funzione di decoro indipendente da quella dell’edificio. Le invenzioni intorno a questo tema sono notevolissime e fanno storia a sé;

– balcone: la struttura del portale sorregge spesso un balcone prospiciente le porte-finestre del piano nobile. Da un lato, va detto che la soluzione del balcone è implicita in certi portali aggettanti; dall’altro, questo tema è strettamente collegato alle porte-finestre del piano nobile, le quali illuminando il salone principale prendono la forma di loggia, per dare decoro e importanza, anche esternamente, al salone d’onore. Si potrebbe quindi dire che il balcone costituisca la naturale prosecuzione del salone d’onore verso l’esterno.

Questi i fondamentali archetipi costruttivi espressi dal palazzo urbano rinascimentale. Si tratta di chiavi di lettura essenziali per leggere i contesti urbanistici delle nostre città, ma senza mai cadere nell’eccesso classificatorio, per non perdere di vista la relazione tra il singolo elemento e il tutto. In altre parole, gli archetipi costruttivi sono categorie interpretative, non scientifiche, e in quanto tali possono essere di volta in volta disattesi o modificati dall’invenzione dell’architetto o del decoratore. Essi ci forniscono i parametri grammaticali e sintattici necessari a comprendere l’architettura storica delle nostre città e a formulare nuove idee di decoro per quella contemporanea e futura.

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Sopra: Canaletto, Capriccio con edifici palladiani, tra cui il progetto mai realizzato per il ponte di Rialto a Venezia, 1756-59, olio su tela, cm. 58 x 82, Parma, Pinacoteca Nazionale; Andrea Palladio, Palazzo Schio, 1560, Vicenza (tavola tratta da Bertotti Scamozzi 1776); Palazzo Sacrati-Strozzi-Guadagni, secc. XV-XIX, Firenze; Andrea Palladio, Disegno con varianti per la facciata di Palazzo Porto a Vicenza, 1546.  Sotto: Jean-François Boullée, Progetto per l’Opéra di Parigi, 1781, Paris, Bibliothéque nationale de France (Wikimedia Commons).

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