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Il collezionista di decorazioni • Roger Peyrefitte

Decorazione è parola dai significati molteplici, dentro e fuori il perimetro delle arti. Tra questi significati, quello di "onoreficenza", "titolo", "riconoscimento" ha un ruolo centrale nella cultura e nella mentalità moderne. Nei secoli XIX e XX, innumerevoli cittadini di ogni parte del mondo sono stati insigniti di decorazioni al valore civile e militare, per meriti scientifico-culturali e imprenditoriali, per aver dato lustro a una professione o per aver raggiunto l'apice di una carriera, per un gesto estemporaneo o per una vocazione lungamente maturata. Questi riti sociali trovano ampia eco nella narrativa e nel teatro coevi. Ne è un valido esempio il romanzo di Roger Peyrefitte (1907-2000)  Les Ambassades, uscito in Francia nel 1951. La vicenda, ambientata a fine anni '30 ad Atene, è ricca di spunti autobiografici. Protagonista e alter ego di Peyrefitte è Georges de Sarre, giovane addetto all'Ambasciata di Francia. Tra banchetti e conferenze, pettegolezzi e sotterfugi, lavoro d'ufficio e vagabondaggi turistico-sessuali, Georges è affascinato dai privilegi che fanno delle ambasciate un universo a sé stante, al di là del comune. Egli si dedica così all'accumulazione compulsiva, addirittura patologica, di decorazioni: un girotondo che non conosce soste e che rende tutti i personaggi del romanzo allo stesso tempo cacciatori e prede, complici e antagonisti. Nel brano qui riportato appaiono, oltre a Georges, alcuni dei suoi superiori ed omologhi (Redouté, il colonnello, Marx, un collega jugoslavo ed uno romeno), tutti assetati di decorazioni dai nomi roboanti. Vedi R. Peyrefitte, Le ambasciate, traduzione di Sestilio Montanelli, Longanesi, Milano 1966, pp. 132-136.

Gli pareva che le decorazioni costituissero un doveroso e divertente passatempo nella carriera, e contava di diventare al più presto possibile uno dei diplomatici più insigniti di onoreficenze. Aveva dunque preso informazioni per sapere quali ordini coloniali gli era consentito cercar di ottenere, ma rimase deluso quando lo avvertirono che aveva diritto a una sola onoreficenza ogni tre anni e a partire dal ventinovesimo anno compiuto di età.

«Rallegratevi, fortunato mortale, di essere troppo giovane», gli scriveva uno dei suoi colleghi del cerimoniale. «Ma ricordatevi, quando dovrete sceglierne una nella lista, che è il Camboge e nient’altro che il Camboge che dovete preferire: il ciondolo è stupendo.» Tuttavia questo collega si sforzava, non meno di lui, per farglielo decretare prima dell’età, facendo in modo che gli contassero doppi gli anni di residenza, come si faceva in certi casi degli anni passati in colonia. E aggiungeva che il suo figliolo collezionava i francobolli e sarebbe stato felicissimo di ricevere dalla Grecia «l’ultima emissione reale». E così Giorgio si affrettò ad acquistare benemerenze presso il re del Camboge inviando francobolli greci a un ragazzo francese.

Interrogando questo e quello, aveva imparato quel che del resto gli aveva già insegnato l’esperienza: che c’è sempre il mezzo di fare eccezione alle regole. Ma non cercava, con ciò, miserabili soddisfazioni di vanità: quei ninnoli gli piacevano come può piacere una tavolozza di colori, una panoplia, un trofeo di caccia. Non li giudicava, alla maniera di Stendhal, come «certificati di viltà e di neri tradimenti» o, alla maniera del Casanova, come un velo per nascondere le scostumatezze della propria vita. Non si faceva illusioni quanto all’importanza di averli e non gli pareva di umiliarsi chiedendoli.

Dapprima, per non avere a che fare col Quai d’Orsay, si rivolse direttamente ai protettori francesi d’Africa: uno dei suoi compagni di concorso era di sede a Rabat e un altro a Tunisi. Tutti e due garantivano di fargli assegnare, a breve scadenza, il Nisciam e l’Uissam. Già prima di averli, rideva al pensiero di quel che direbbe il colonnello. Anche per il Camboge ebbe buone speranze da uno dei suoi amici, segretario del governatore generale dell’Indocina: se con le raccomandazioni gli riusciva di ottenere dal cerimoniale il consenso per questa onoreficenza, si varrebbe poi dei suoi invii di francobolli per ottenere la Stella Nera del Bénin.

Successivamente diresse i suoi sforzi a farsi assegnare qualche decorazione straniera. Due capi ufficio, coi quali poteva confidarsi, gli promisero che non l’avrebbero dimenticato: l’uno a Bangkok, in occasione del prossimo scambio di decorazioni, l’altro a Monaco durante la distribuzione del San Carlo il primo gennaio. Da un altro amico, che faceva parte del comitato per l’Esposizione internazionale, ricevette un’identica promessa per l’Aquila del Messico. Ad Atene, infine, il romeno e l’jugoslavo si vantarono di riportargli qualche ciondolo al ritorno dal congedo. Insomma, se avesse ottenuto quella valanga di decorazioni, avrebbe avuto per giunta il piacere di dire, come Melbourne quando riceveva la Giarrettiera, che l’aveva ottenuta senza aver fatto nulla.

La passione delle decorazioni che lo dominava non era del resto esclusivamente sua: dominava tutti, nella carriera. L’aveva capito a Parigi all’Esposizione internazionale, della quale si riprometteva anche lui di essere un beneficiario. Le visite dei ministri stranieri, che venivano ad inaugurare i padiglioni, davano luogo a bizzarri scambi di decorazioni in massiccia quantità. Al Quai d’Orsay, scatole piene di croci e di piastre erano sparse negli uffici dei capi-servizio, che vi perdevano la testa: se i coperchi delle scatole non portavano l’indicazione esatta e se si erano confusi i diplomi, come indovinare che quel ciondolo senza foglie di quercia era quello della Corona di quercia? Come distinguere l’ordine del granduca Gediminas da quello di Vytautus il Grande? Quello di Pablo Duarte da quello di Bolivar? Quella confusione ebbe anche un risultato singolare: di invertire la scala dei valori in fatto di decorazioni. L’invasione di onoreficenze che nessuno conosceva spinse tutti a cercare di ottenerle: si accoglievano e si ricercavano come un poeta cerca una rima rara e si era più orgogliosi di essere insigniti della Rosa Bianca senza essere stati di servizio a Helsinki, che di essere insigniti del Victoria Order  dopo essere stati di servizio a Londra. Un tipo ameno inviò a Marx il diploma del San Prepuzio d’Oro.

Questa pioggia di ciondoli, che l’amministrazione centrale riservava ai suoi funzionari di grado elevato, stimolava i desideri di tutti gli agenti perfino all’estero. Redouté, che ostentava indifferenza, brigava anche lui e non meno degli altri. Aveva saputo dal suo collega olandese che non era difficile ottenere la medaglia del sultano di Sulu e la fece sollecitare alla chetichella dal consolato francese alle Indie olandesi. Il precedente cancelliere dell’ambasciata, che era stato trasferito a Giava, aveva buone speranze di potergliela ottenere.

Da parte sua, l’ambasciatore aveva dichiarato la sua intenzione di non tornare a mani vuote. Il piano che aveva esposto ai suoi collaboratori era sembrato a Giorgio un vero capolavoro di finezza diplomatica. «Bisogna», aveva detto, «che io riporti il gran cordone del Bénin perché quel nastrino blu ricorda quello di Saint-Esprit, e ciò per indurre i greci a darmi il gran cordone del Salvatore, che gli è simile. Sono sicuro che avendomi dato il Fenice che è il terzo dei loro ordini, saranno ben lieti di darmi, quando lascerò la sede, il Giorgio I, come al mio predecessore. Ma non è questo che desidero. Per rivalutare il Salvatore, di cui è stato prodigo il regime repubblicano, proibiscono esplicitamente di concederlo, e invece è proprio quello che io voglio. E per farglielo capire cesserò di portare il Fenice sull’uniforme e porterò il Bénin. Il mio nastrino blu dirà loro: “Attenti! è proprio il blu che io amo, io mi consacro al blu, il blu chiama il blu”. E se essi non saranno sensibili al linguaggio dei colori, lo saranno a quello dell’amor proprio; per non veder confuso un ordine coloniale col più alto dei loro ordini si affretteranno a concedermi il Salvatore». «E non vi pare», aveva obiettato Redouté, «che invece i greci, vedendo quel vostro cordone blu, proprio per questo non vorranno darvi un altro cordone blu?» «È quel che si dovrebbe immaginare col semplice buon senso. Eppure Laroche, a Varsavia, fece esattamente come me per ottenere l’Aquila bianca. Aveva avuto già la Polonia Restituita e smaniava all’idea che non gli avrebbero dato l’Aquila bianca. Allora chiese a Parigi il Bénin e l’inalberò al posto della Polonia Restituita. Disse ai polacchi che esso era, ed è vero, il secondo ordina francese e che era obbligato, secondo il cerimoniale, a sacrificargli il secondo ordine polacco. Quando presentò le lettere di richiamo, gli dettero l’Aquila bianca. “Ho l’Aquila bianca” gridava pazzo di gioia, mentre tornava all’ambasciata. Io gli auguro che, fra dieci anni, si sappia ancora cosa è l’Aquila bianca.»

In alto: Roger Peyrefitte fotografato nel settembre 1979 a Capri insieme ad Amanda Lear (www.facebook.com/rogerpeyrefitte). Sotto: l'edizione originale de "Le ambasciate", Flammarion, Paris 1951 (www.biblio.com).

 

 

 

 

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