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L’ornamento / Roberto Peregalli

I brani che qui pubblichiamo derivano dal nono capitolo (“L’ornamento”) del libro di Roberto Peregalli I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’imperfezione, Milano, Bompiani, 2010, pagg. 113-118. Architetto e scenografo sui generis, tra i pochissimi in Italia a mantenere libertà di coscienza rispetto ai tabù modernisti e postmodernisti, Peregalli è anche brillante scrittore. Queste sue riflessioni sull’ornamento mettono perfettamente a fuoco ciò che, nel secolo XX, la soppressione del lessico decorativo ha fatto venir meno nelle arti: l’intreccio dei tempi e dei luoghi, la capacità delle cose di invecchiare con stile.

L’abbellimento e la necessità di un’opera sono connaturati. L’Occidente, che rispetto all’architettura orientale o a quella islamica ha sempre avuto una concezione più plastica e più esibita della costruzione, ha prodotto e mostrato nei secoli una serie infinita di possibilità di ornamento. Dallo stile dorico dei Greci, fino al romanico, al gotico e al barocco ha portato le linee del disegno a muoversi con una forza incessante, e ha sostituito la rarefazione metafisica dell’Oriente e dell’Islam con una plasticità vibrata che rendeva essenziale ogni tratto.

Dopo, il Neoclassicismo, il Neogotico, l’eclettismo di fine Ottocento hanno condotto l’Occidente in un vicolo apparentemente cieco, in cui l’accumulo di ornati non era più digerito dalla forme dell’architettura. L’ornamento è stato indicato come la causa dell’imbarbarimento dell’architettura ed è stato bandito a poco a poco dai luoghi e dagli oggetti.

L’equivoco profondo riguarda il fatto che l’ornamento è comunque parte integrante di ogni forma e come tale non può essere eliminato. L’attenzione che l’architettura moderna, all’inizio del Novecento, ha avuto per quella giapponese di tre secoli prima deriva dallo stesso equivoco. L’adattamento che ne è stato fatto e l’influenza che ha subito sono un tradimento, in quanto la cerimonia del levare, insita nell’ornato giapponese, è divenuta astrattamente una rimozione. L’impiego di materiali eterogenei a quella civiltà, quali il cemento armato al posto del legno per le strutture e l’uso del vetro senza riquadrature e di grande spessore per le finestre, ha ribaltato la raffinatezza dell’Oriente in una semplificazione sorda e pesante. L’increspatura delle superfici di legno, vetro e carta su pareti e soffitti si è trasformata in una cubatura amorfa, dove la linea non è mai interrotta e separa le pareti dal soffitto, l’interno dall’esterno, senza alcuna modanatura.

Anche nelle piccole cose, quali sono le stanze in cui abitiamo, si è verificato questo mutamento. La cancellazione di ogni tipo di modanatura tra le pareti e il soffitto, accentuata dall’abbassamento di questo, ha creato una percezione diversa dell’abitare.

I luoghi sono diventati anonimi. Le sagome creavano delle ombre e dei riverberi che allontanavano la mera geometricità degli ambienti. Anche una piccola stanza, con un ornato povero, acquistava compostezza e eleganza facendo dimenticare l’esiguità della sua dimensione. Mezzanini molto bassi con soffitti a travi, stanze a volta con doppio volume e una semplice sagoma d’imposta creavano modi diversi dell’abitare e davano un senso all’esistere.

L’azzeramento dell’ornato e la riduzione di ogni ambiente alla stessa scala, per ragioni di presunta funzionalità, ha portato a una massificazione dell’abitare, trasformando i luoghi in gabbie più o meno grandi in cui condurre ciascuno la propria vita.

Questo fatto ha generato, anche nei restauri, una situazione complessa, nella quale la rinuncia all’ornamento ha modificato radicalmente l’approccio all’opera. Sia essa una stanza o un monumento, ciò che è da ripristinare, perché perduto, è inserito in uno spazio vuoto, una sospensione di punteggiatura. Viene lasciata una lacuna che sta a significare la mancanza di quel dettaglio. Dato, però, che la struttura viene consolidata e non rimane come “rovina”, il risultato è una superficie discontinua, in cui parti moderne e senza disegno si alternano a quelle antiche.

L’emozione di fronte all’opera è in buona parte perduta, perché l’occhio, che ha una sensibilità immediata, non riesce a captare il senso e l’armonia di questo smembramento. Lo spirito filologico con cui avviene il restauro maschera in realtà l’incapacità di proseguire un segno che porti il disegno a un nuovo compimento. Non si vuole aggiungere ciò che non è più. Si preferisce lasciare una zona morta, grezza, non capendo che anch’essa è inevitabilmente un segno. E’ vietato ricreare il passato. Deve restare lontano, come un evento da studiare privo di vita.

Quando poi si restaura un monumento che nei secoli ha subito varie trasformazioni, passando ad esempio dal romanico al barocco con sovrapposizioni feconde proprio perché casuali, si cerca invece di riportarlo all’origine eliminando le tracce degli stili che si sono susseguiti. Ma il tempo ha creato queste incrostazioni estetiche che sono parte della pelle dell’edificio. Riflettono la sua anima. Cancellarle è una violenza che, al posto di restituire dignità all’opera, la porta a un falso inizio. Diventa uno scheletro lucente, corroso dal tempo, senza linfa vitale.

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In alto: Roberto Peregalli. Sotto: la copertina de “I luoghi e la polvere”.

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