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Da New York a casa nostra

Il primo editoriale di questo 2019 vuole rendere omaggio ad una figura che ci ha lasciato pochi mesi fa: lo scrittore statunitense Tom Wolfe (Richmond 1930 – New York 2018). Affermatosi come giornalista, Wolfe approdò alla narrativa a partire dagli anni Ottanta, con alcuni romanzi che, sottraendosi alla tagliola dello sperimentalismo illeggibile, strizzavano l’occhio alla tradizione ottocentesca di Balzac e Dickens. Soprattutto il primo, Il falò delle vanità (1987), riesce a non far rimpiangere quei grandi predecessori. Qualcosa del genere, anzi qualcosa di più, si era già visto in Italia nel 1974 con La Storia di Elsa Morante, un capolavoro che fu accolto da critiche feroci, forse perché raccontava il secolo XX senza complessi di inferiorità, come se fosse già consegnato alla storia. E ormai lo era davvero.

Ma di Wolfe ci si ricorda soprattutto per alcuni pamphlet che hanno fatto epoca, come Radical Chic (1970) e Come ottenere il successo in arte (1975). Di questi volumi divertenti e polemici, il più penetrante resta Maledetti architetti (1981), il cui titolo italiano si discosta dall’originale From Bauhaus to Our House, con quel gioco di parole impossibile da restituire nella nostra lingua. Ad esso dobbiamo una visione laica, non agiografica, del ‘900 architettonico. E la stessa prospettiva potrebbe benissimo applicarsi anche in altri campi, dalle arti figurative alla musica alla filosofia.

Wolfe racconta in modo esilarante, quasi si trattasse di una fiaba per adulti – e la storia spesso lo è – il modo in cui l’International Style, sorto sulle ceneri del Bauhaus, divenne una vera e propria Chiesa. Una Chiesa dotata di alcuni Papi – Walter Gropius, Mies van der Rohe, Le Corbusier – di un Antipapa – Frank Lloyd Wright – e di una classe sacerdotale ora osservante, ora libertina, comunque intenta a celebrare un culto abbastanza stucchevole. Nelle pieghe del racconto, fanno capolino i temi dell’Arte e del Decoro, rappresentati dall’autore come moderne eresie, di cui è bene parlare sottovoce o non parlare affatto, pena la scomunica.

Sarebbe bello poter leggere oggi una versione aggiornata del libro di Wolfe, anche se, naturalmente, ciò non è possibile. Ma intanto, Maledetti architetti ci ha lasciato un insegnamento importante: la realtà in cui viviamo è, appunto, casa nostra. Tanto vale quindi accomodarcisi, senza prendere troppo sul serio gli obblighi e i divieti promulgati dagli ideologi di professione, e dando ascolto (perfino) al tanto bistrattato buonsenso.

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In alto: Sovraccoperta della prima edizione americana (1981) di “From Bauhaus to Our House”.

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