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Perché esporre le opere d’arte? / Ananda Kentish Coomaraswamy

Il passo che qui pubblichiamo è l’incipit dell’omonimo saggio scritto nel 1941 e pubblicato in Italia in A.K. Coomaraswamy, La filosofia dell’arte cristiana e orientale, a cura di G. Marchianò, Milano, Abscondita, 2005. A settant’anni di distanza, le tesi dello studioso anglosingalese (1877-1947) risultano estremamente attuali, al punto da sembrare profezie. Il museo che ospita arte nata per il museo, ospita un’arte nata morta.

A che cosa serve un Museo d’Arte? Come implica la parola Curator, la funzione primaria ed essenziale di un tale museo è la custodia e la preservazione di opere d’arte antiche o uniche nel loro genere che, prive ormai della loro collocazione originaria o dell’utilizzazione cui erano state destinate, rischiano di andare in rovina per abbandono o per altri motivi. La «cura» delle opere d’arte non implica tuttavia la necessità di esporle.

A chi domanda perché questo patrimonio, una volta difeso, si debba anche rendere accessibile al pubblico, risponderemo che ciò obbedisce a uno scopo educativo. Ma prima di esaminare un tale scopo, prima di chiederci: educare a cosa e perché?, sarà bene distinguere tra l’esposizione di opere di artisti viventi e quella di opere antiche o relativamente antiche, o di provenienza esotica.

Per quanto riguarda il primo caso, diremo che è del tutto superfluo che i musei espongano le opere di artisti viventi, che non corrono il rischio imminente di essere distrutte; il fatto che invece siano esposte, dovrebbe quanto meno convincerci del ruolo pubblicitario che in questo caso svolge il museo a favore dell’artista, per conto del mercante o del mediatore, il cui scopo è precisamente quello di procurare all’artista un mercato. L’unica differenza tra il museo e il mercante, quando siano coinvolti nella stessa opera di propaganda, è che il museo non ne trae un guadagno. D’altro canto, che un artista aspiri a vedere le proprie opere «appese» o «esposte» nel museo, dipende soltanto dalla misura del suo bisogno o della sua vanità.

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In alto: Ananda Kentish Coomaraswamy.

 

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